In occasione dell'elezione del presidente della repubblica italiana pubblichiamo un estratto dal Mein Kampf in cui Adolf Hitler parla dei parlamentari. Queste frasi appaiono quanto mai incredibilmente attuali, ciò è inquietante di come i tempi e la natura umana non cambino mai.
“Pensiamo, per un attimo, di quali misere idee siano infarciti, di norma, quelli che vengono chiamati programmi di partito, e come, di volta in volta, vengano riadattati alle mutate idee correnti [...]
Tutte le mattine il rappresentante del popolo arriva sino alla sede del Parlamento; se non entra, riesce ad arrivare perlomeno in anticamera dove viene affisso l’elenco dei parlamentari presenti: è su questo elenco, che il nostro, servendo la Nazione, scrive il proprio nome, ed è per questa fatica enorme, giornaliera, che incassa un profumato indennizzo. Passati quattro anni, o avvicinandosi sempre più lo scioglimento della Camera, detti signori vengono sollecitati da un impulso irrefrenabile, al pari della larva destinata a trasformarsi in farfalla, codesti vermi di parlamento abbandonano così il rifugio e volano fuori, dal popolo. Ricominciano nuovamente a parlare agli elettori narrando loro come siano ostinati gli altri, e di come essi abbiano invece duramente lavorato; succede invece che il popolo, questa massa d’ingrati, invece di applausi lancia sul loro viso insulti e urla piene di odio. In genere, se l’ingratitudine popolare tocca livelli molto alti tocca rimediare con l’unico toccasana possibile: migliorare ancora i programmi. Perciò la commissione si rinnova e risorge, dando di nuovo vita all’eterno inganno. Conoscendo bene la testarda idiozia dell’umanità intera non dobbiamo poi stupirci dei risultati. E’ così che il gregge del proletariato e della borghesia rientra nella stalla, tenuto per mano dal nuovo, invitante programma, pronto a rieleggere coloro che l’hanno ingannato. Con questo l’uomo delegato dal popolo a rappresentarlo si ritrasforma nelle vesti del verme di parlamento, e riprende nuovamente a nutrirsi con le fronde dell’albero statale”
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sabato 31 gennaio 2015
mercoledì 17 dicembre 2014
LA LEGGENDARIA BASE 211
La Schwabenland e, a destra, il logo della missione antartica di cui fu protagonista.
Siamo negli anni immediatamente precedenti la seconda guerra mondiale, i nazisti di Adolf Hitler aspirano a diventare la prima potenza mondiale e per farlo guardano soprattutto all’estensione territoriale; l’annessione dell’Austria col famoso Anschluss sarebbe stato solo uno dei tanti esempi. Hitler era infatti un attivissimo propugnatore della teoria dello «spazio vitale», necessario alla sopravvivenza stessa del Terzo Reich. Se tutti sanno che l’Europa sarebbe presto finita sotto gli artigli della svastica, non molti sanno che i nazisti erano supportati da parecchi governi sudamericani (come Argentina o Paraguay) mentre quasi nessuno è al corrente del fatto che i tedeschi volevano impadronirsi – cosa che poi hanno fatto, almeno in parte – dell’Antartide! L’Antartide, raggiunto per la prima volta da Ross nel 1839, era all’epoca una delle aree meno conosciute del pianeta e il fatto che la ripartizione di quei territori non fosse stata ancora stabilita da alcuna legge internazionale, faceva sì che un’occupazione fisica degli stessi ne comportasse automaticamente il possesso. I nazisti dunque fremevano al pensiero di muoversi verso quelle terre e rivendicarne la proprietà una volta giunti sul posto; un’azione di quel genere avrebbe ovviamente avuto una risonanza politica a livello mondiale, a sottolineare ancora una volta la predominanza e la determinazione degli uomini del Führer (è bene dire che la prima missione antartica tedesca risale all’anno 1873). Organizzare una spedizione militare in un clima di tensione come quello del momento non avrebbe fatto altro che incrinare prima del tempo i rapporti con gli anglo-americani, per cui fu decisa una spedizione “civile” per il 1938, in collaborazione con la Lufthansa. Il comando fu affidato al capitano Alfred Ritscher, il quale aveva già dimostrato abilità ed esperienza durante precedenti spedizioni nell’area artica. Una nave fu appositamente modificata nei cantieri di Amburgo per la missione: si trattava di un mercantile riconvertito per il lancio di un paio di idrovolanti. Il nome dato all’unità fu Schwabenland (il cui significato è Svevia) e i componenti del suo equipaggio vennero selezionati e preparati direttamente dalla Società Tedesca per la Ricerca Polare. Tutto faceva presagire insomma una missione in grande stile. Il contrammiraglio Richard Byrd, grande esperto americano dei territori polari, fu invitato dai vertici tedeschi a partecipare alla spedizione ma lo statunitense, dopo aver visionato unità, equipaggio e pianificazione, decise di declinare l’offerta. Byrd all’epoca era considerato quasi un mito: era stato il primo uomo a sorvolare il Polo Sud, nel 1929.
Nazisti in Antartide durante
la missione del 1938-1939.
I protagonisti, da sinistra verso destra: Byrd, Cruzen e Ritscher.
La Schwabenland lasciò Amburgo esattamente il 17 dicembre 1938 con a bordo ingegneri, biologi, idrografi e cartografi e, dopo poco più di un mese, raggiunse la banchisa antartica il 20 gennaio seguente, nella posizione 69° 10’ S, 4° 15’ W. La nave era stata realizzata per essere in grado di imbarcare, lanciare (mediante catapulta a vapore ad una velocità di 150 km/h) e recuperare mediante sollevamento dall’acqua l’idrovolante Wal, della ditta Dornier. Si trattava di un velivolo ad abitacolo scoperto, felicemente utilizzato in passato per il servizio postale e con un’autonomia di circa 2.200 km. Durante le settimane successive i due Wal (i cui nomi erano Boreas e Passat) effettuarono una quindicina di voli coprendo una superficie compresa tra i 325.000 e i 600.000 chilometri quadrati di territorio (i dati in proposito sono contrastanti) e scattando 11.000 fotografie delle aree sorvolate con le speciali fotocamere Zeiss installate a bordo. Una tale raccolta di dati permise, fra le altre cose, di aggiornare notevolmente le vecchie mappe. Come se non bastasse, furono letteralmente centinaia le bandiere naziste disseminate in volo sulle varie zone, il cui scopo altro non era che dimostrare la “paternità” delle terre. Le bandiere erano infatti fornite di una base pesante e appuntita che permettesse una facile penetrazione nel ghiaccio. L’intero territorio coperto dall’esplorazione nazista fu denominato Neu-Schwabenland ovvero Nuova Svevia. Furono scoperte con soddisfazione alcune aree relativamente libere dai ghiacci, ricche di vegetazione e di sorgenti calde sotterranee. Dopo un mese, a metà febbraio del 1939, il gruppo lasciò l’Antartide e iniziò il viaggio di ritorno, durante il quale Ritscher e la sua equipe pianificarono una nuova spedizione, che però non avrebbe avuto luogo a causa dello scoppio del secondo conflitto mondiale. Il viaggio di ritorno durò comunque il doppio di quello di andata, poiché alcuni scienziati vennero sbarcati in Sud America per pianificare con ordine e calma nuove spedizioni. E’ interessante osservare che almeno una parte dei territori raggiunti dai tedeschi fossero già stati scoperti dai norvegesi nel 1931: tale regione è stata poi rinominata Terra della Regina Maud nel 1957, in accordo al Trattato Antartico. Probabilmente però i norvegesi riuscirono ad esplorare sono una piccola area, a differenza della missione a più ampio raggio dei nazisti.
Il Boreas lungo la banchisa.
L’interesse verso il continente antartico era comunque destinato ad aumentare in quanto solo un anno dopo, nel 1940, dunque in piena guerra, ebbero luogo diverse spedizioni segrete verso le zone già esplorate da Ritscher, utilizzando le baie a nord-ovest delle montagne Muhlig-Hoffman come punti d’attracco. Sembra che, durante una delle missioni, sia stato scoperto una sorta di lungo canale sottomarino che attraversava tutto il continente antartico, spingendosi addirittura fino alla Nuova Zelanda nell’estremità opposta; fra l’altro, questo tunnel sarebbe stato perfettamente adatto alla navigazione subacquea e fu anche questo che gli uomini di Hitler maturarono l’idea di edificare una base segreta e superprotetta nei meandri di tale canale: la leggendaria Base 211, chiamata anche – e non a caso, dato che da essa sarebbe dovuta idealmente rinascere la grandezza del Terzo Reich – Nuova Berlino. Non solo, infatti, una base sotterranea sarebbe stata molto più difficile da individuare ma, lungo il canale, si aprivano continuamente gigantesche grotte naturali (formatesi grazie allo scioglimento dei ghiacci provocato dall’attività geotermica della regione). Si dice addirittura che una delle caverne fosse estesa per 50 km al di sotto di un lago caldo. La costruzione dell’installazione sarebbe cominciata nel 1942, contemporaneamente alla realizzazione di un’opera analoga su un altopiano delle Ande, presumibilmente in Argentina. Al supporto logistico provvedevano esclusivamente gli U-Boote, i quali potevano con relativa facilità eludere la sorveglianza nemica fino ai territori del Sud America o sino addirittura all’Antartide. E’ plausibile che i comandanti dei sommergibili tedeschi avessero acquisito una sufficiente esperienza durante le campagne navali all’interno del circolo polare artico (la presenza di iceberg si manifesta già a circa 200 chilometri a nord della Norvegia) o nel Mar Baltico. A partire dalla sconfitta subita a Stalingrado, i vertici tedeschi cominciarono a prendere sempre più in considerazione l’opzione fuga, e una delle mete ideali sarebbe stata naturalmente la sicura Nuova Berlino, anche alla luce del possibile supporto che avrebbero potuto ricevere dai governi filonazisti del Sud America. Con l’inizio del 1944 cominciarono dunque spedizioni verso la Base 211 sovvenzionate niente di meno che dalle SS. Un’aura di mistero circonda la natura del materiale trasportato a bordo di quegli U-Boote: c’è chi parla di parti di aerei militari – che sarebbero stati rimontati una volta giunti a destinazione – mentre altri dicono che a bordo ci fossero elementi di dischi volanti. I nazisti infatti furono i capostipiti dei costruttori di velivoli aerei non convenzionali e abbiamo le prove che avessero realizzato mezzi che oggi chiameremmo UFO (Unidentified Flying Objects).
La rotta di andata e ritorno
seguita dalla Schwabenland.
L’ultimo convoglio di sommergibili tedeschi lasciò la Germania alla fine dell’aprile 1945, nel tentativo di mettere in salvo quel poco che rimaneva dell’ormai sconfitto Reich. C’è addirittura chi afferma che anche Hitler si sarebbe imbarcato su quei battelli, tesi che però non ci sembra molto sostenibile in base alle analisi effettuate sui cadaveri di Adolf Hitler ed Eva Braun e anche in accordo alle numerose testimonianze rilasciate da tedeschi e sovietici ai vertici dei rispettivi governi. Comunque sia, è certo che l’ultimo gruppo partito fosse costituito da almeno due sommergibili: l’U-530 del capitano Otto Wermuth e l’U-977 del capitano Heinz Schaeffer. E’ poi intercorso un periodo di circa tre mesi durante il quale non si seppe più nulla dell’U-977 (l’ultimo contatto risale al 2 maggio, quando il sommergibile lasciò Kristiansand, Norvegia), dopodiché il sommergibile venne consegnato dall’equipaggio completamente vuoto agli ufficiali della Marina Argentina, dunque parecchio tempo dopo la resa ufficiale dei tedeschi (avvenuta l’8 maggio). L’ipotesi più accreditata (anche se non certa) è che i sommergibili trasportassero persone e materiali di una certa importanza, che sarebbero stati sbarcati presso la Base 211, prima venissero definitivamente consegnati agli argentini. Alti ufficiali della U.S. Navy raggiunsero l’Argentina per interrogare gli equipaggi nazisti e, sebbene il comandante Schaeffer abbia ripetutamente negato di aver trasportato qualcosa o qualcuno di speciale, non è da escludere che qualche membro dell’equipaggio abbia alla fine parlato. Sembra inoltre che l’U-530 e l’U-977 non siano stati gli unici sommergibili operanti nell’Atlantico meridionale ad aver ritardato la resa, anche se i casi documentati sono solo questi due. Alcune agenzie di stampa dell’epoca parlavano di sommergibili tedeschi operanti nell’area antartica anche a distanza di un anno dalla fine delle ostilità in Europa.
Il lancio di un Wal da parte della Schwabenland.
La Nuova Svevia, con parecchie annotazioni tedesche e relative traduzioni in inglese.
Nonostante i rapporti tedeschi non parlino ovviamente di sommergibili diretti in Antartide, le informazioni degli almanacchi navali ufficiali non contrastano con quanto sopra detto. Riportiamo di seguito la vita operativa delle due unità U-530 e U-977, osservando come i due sommergibili siano stati consegnati rispettivamente due e tre mesi dopo la resa della Germania. Perché questo ampio ritardo? Fin dove possono essersi spinti i battelli nel frattempo?
U-530, Type IX C/40
Autonomia di 11.400 miglia a 12 nodi in superficie, operativo dal 14 ottobre 1942
Entrò in servizio al comando di K. Lange. Nel gennaio 1945 il comando passò ad O. Wermuth. Effettuò 5 missioni di guerra affondando due mercantili. Alla cessazione delle ostilità era in missione al largo di Long Island e diresse a sud raggiungendo Mar del Plata, Argentina, il 10 luglio 1945. L’equipaggio fu internato e il battello fu consegnato agli Stati Uniti. L’U-530 fu utilizzato come unità bersaglio e affondato nel 1947.
U-977, Type VII C
Autonomia di 6.500 miglia a 12 nodi in superficie, operativo dal 6 maggio 1943
Entrò in servizio al comando di H. Leilich. Nel marzo 1945 il comando passò ad H. Schaeffer. Effettuò una sola missione di guerra, peraltro infruttuosa. Alla cessazione delle ostilità il sommergibile era in missione al largo delle coste norvegesi. Invece di dirigere verso le coste britanniche o tedesche, come ordinatogli, mise la prora a sud e si diresse in Argentina dove arrivò nel Mar del Plata il 17 agosto 1945. Battello ed equipaggio furono dapprima internati in Argentina e quindi consegnati agli Stati Uniti. L’U-977 fu affondato nel 1946.
Una delle foto scattate dai Wal in Antartide.
Più di un anno dopo la consegna dell’U-977, nel 1946, scattò l’Operazione High Jump, la più grossa operazione militare che gli statunitensi abbiano mai effettuato in Antartide (perché mai una missione così impegnativa dopo una seconda guerra mondiale tanto terribile e dispendiosa, perché mai tanta urgenza?). Ufficialmente lo scopo della missione era quello di addestrare il personale e testare nuovi materiali in condizioni climatiche polari, ma quasi certamente l’obiettivo reale era un altro: togliere di mezzo una volta per tutte la colonia tedesca che si era instaurata in quell’area dimenticata dal mondo. La spedizione era guidata – scherzo del fato – dal contrammiraglio Byrd, probabilmente anche perché conosceva nel dettaglio l’organizzazione nazista in Antartide (ricordiamo che Byrd era stato invitato in Germania durante i preparativi della missione di Ritscher). Byrd però era più che altro una guida “simbolica”, il comando prettamente militare fu affidato all’ammiraglio Richard Cruzen. Più che una missione esplorativa, High Jump era una missione di guerra. Il 2 dicembre 1946 salpò da Norfolk, Virginia, una grossa flotta composta da: una portaerei (la USS Philippine Sea), due cacciatorpediniere (USS Brownsen e USS Henderson), due rompighiaccio (USCGC Burton Island e USCGC Northwind), quattro navi da supporto logistico (USS Yankee, USS Merrick, USS Canisted, USS Capacan), una nave per comunicazioni (USS Mt. Olympus), un sommergibile (USS Sennet, classe Balao) e due navi per appoggio idrovolanti (USS Currituck e USS Pine Island); a questo si aggiungevano, imbarcati, sei elicotteri e dodici aerei (di cui la metà idrovolanti), oltre ad almeno una muta completa di cani da slitta. Furono imbarcate provviste per ben 18 mesi e vi presero parte almeno 4.700 soldati. A questo punto sono due le possibili versioni del prosieguo, una verosimile ma strana e l’altra fantasiosa. La versione ufficiale afferma che gli americani abbiano sorvolato e tracciato carte aggiornate di ben 1.300.000 chilometri quadrati di territorio; poi il peggioramento delle condizioni meteo avrebbe spinto la spedizione a far ritorno in patria. Una mobilitazione di quasi cinquemila persone solo per un tale scopo ci sembra un po’ un’esagerazione. La seconda tesi, riportata da parecchi autori, è notevolmente più fantasiosa. Gli americani sarebbero sbarcati lungo le coste della Nuova Svevia e sarebbero incappati nei leggendari dischi volanti nazisti Haunebu (uno o più di essi). Il racconto continua con un epico scontro tra i dischi e le forze armate convenzionali statunitensi, che nulla poterono contro nemici tecnologicamente più avanzati. La storia dice anche che durante uno dei suoi voli attorno al Polo Sud, Byrd ed il suo operatore radio sarebbero stati obbligati ad atterrare da due dischi volanti. Una volta scesi, due uomini bassi e biondi li avrebbero scortati sottoterra, nella Base 211, dove fu loro ordinato di consegnare il seguente messaggio al loro governo: «Fermate immediatamente le esplosioni di armi nucleari altrimenti farete esperienza di tempi molto difficili in futuro». Comunque sia andata, i rapporti ufficiali della missione High Jump riportano che un aereo precipitò provocando la morte di tre uomini, un quarto uomo morì sul ghiaccio per cause non precisate e due elicotteri precipitarono senza conseguenze fatali per l’equipaggio. Ci sembra un po’ troppo per una missione semplicemente esplorativa… Dopo tre settimane dallo sbarco, gli americani si sarebbero reimbarcati sulla via del ritorno, raggiungendo gli Stati Uniti nel febbraio del 1947. Byrd fu interrogato dai servizi segreti subito dopo essere stato accolto pubblicamente dal segretario della Difesa James Forrestal. Sembra, ma non è confermato, che il 5 marzo 1947 sul giornale “El Mercurio” di Santiago del Cile sia apparsa un’intervista a Byrd, di cui riportiamo un breve tratto: «Gli Stati Uniti sono stati costretti a difendersi da caccia nemici provenienti dalle regioni polari […] e nell’eventualità di una nuova guerra, gli USA verrebbero attaccati da caccia in grado di volare da un polo all’altro a velocità incredibile».
Navi americane avanzano tra i ghiacci
durante l'operazione High Jump.
Potremmo continuare per parecchie decine di pagine riportando altre testimonianze ed altre “leggende”, ma reputiamo sia più corretto parlare soltanto dei fatti che, almeno in linea di massima, possano essere avvalorati da fatti realmente accaduti. La storia che abbiamo raccontato presenta collegamenti con parecchi dei misteri tuttora irrisolti della storia del ventesimo secolo ed è legata anche alle infinità di teorici della cospirazione sparsi per il mondo. Noi però siamo degli studiosi, e proprio per questo non possiamo basare le nostre teorie su voci e ipotesi molto spesso a dir poco balzane. Certo è che – questo è un dato di fatto – a partire dalla fine della seconda guerra mondiale gli avvistamenti di UFO (che certamente nella quasi totalità dei casi sono frutto della fervida immaginazione della gente!) sono aumentati in maniera incredibile, con parecchie segnalazioni giornaliere. Se davvero una «civiltà intelligente extraterrestre» fosse giunta fino alla Terra, perché mai dovrebbe limitarsi a sorvolare per decenni o secoli il nostro pianeta, invece di sbarcare gli occupanti dei dischi ed interagire attivamente con gli umani?! A nostro modesto parere, nessun alieno o disco volante appartenente ad altri sistemi solari è mai giunto fino a noi, ma si trova soltanto nella fantasia di coloro che vedono inevitabilmente gli alieni come mostriciattoli verdi, come se non fosse possibile un qualunque altro tipo di vita intelligente nello spazio, ben diversa dal nostro aspetto. Tornando al discorso di poco prima, ci sembrerebbe molto più probabile che quella minuscola percentuale di avvistamenti UFO davvero validi sia dovuta al volo di mezzi militari sperimentali, forse derivanti da quei fantomatici prototipi tedeschi razziati, insieme al resto, nel momento stesso in cui USA e URSS raggiunsero Berlino mettendo fine al conflitto europeo o magari riportati indietro proprio dall’Antartide. D’altro canto, non dimentichiamo che l’amministrazione statunitense ha recentemente confermato in maniera ufficiale e definitiva l’esistenza della celeberrima Area 51. Esistono video che mostrano oggetti volanti capaci di muoversi in maniera indubbiamente non convenzionale. Probabilmente l’Area 51 – insieme a chissà quali altre installazioni – altro non è che frutto di ciò che gli americani riuscirono a depredare, in termini di tecnologia, ai nazisti. Non dimentichiamo che, se gli USA hanno messo piede sulla Luna prima dei sovietici, moltissimo lo devono al brillante von Braun, le cui grandi capacità di esperto in missilistica furono messe al servizio dell’oltreoceano. O ancora, qualunque esperto in unità subacquee non potrà negare l’enorme contributo che i Type XXI tedeschi hanno dato alla successiva evoluzione del sommergibile.
Aereo della U.S. Navy in atterraggio sul
continente antartico durante la High Jump.
Ritornando per l’ultima volta al tema Base 211, dopo aver raccontato una storia intrisa di realtà e fantasia, ci piace concludere il presente articolo riassumendo solo le vicende realmente accadute, lasciando tutte le conclusioni del caso al lettore che, ne siamo sicuri, le valuterà in maniera oggettiva e razionale.
I tedeschi si sono recati numerose volte in Antartide, acquisendo notevoli dosi di conoscenze ed esperienze sul campo.
Il 17 dicembre 1938 partì la missione che avrebbe permesso ai nazisti di fotografare e campionare una vastissima area dell’Antartide, oggi nota come Terra della Regina Maud.
Almeno due sommergibili, ma probabilmente un numero molto maggiore, ritardarono la resa del ’45 di almeno due mesi, rimanendo in mare per ragioni ignote.
Il 2 dicembre 1946, appena un anno dopo la fine dell’ultima colossale e dispendiosa guerra mondiale, scattò la missione statunitense High Jump alla quale presero parte, nonostante fosse ufficialmente solo una spedizione scientifica e di addestramento, una portaerei, undici navi, un sommergibile, sei elicotteri e dodici aerei: destinazione Antartide. Per cause ancora sconosciute, quattro uomini hanno perso la vita e tre velivoli sono andati perduti.
Così si sarebbero presentati gli Haunebu I.
giovedì 16 ottobre 2014
L’euro? Lo ha inventato Adolf Hitler
Albert Speer, l'allora ministro nazista degli armamenti, aveva teorizzato singole economie inserite in un sistema tariffario unico per realizzare una produzione industriale su larga scala. Senza dazi, senza tariffe e con una sola valuta. Vi ricorda qualcosa? Tipo l'euro o la Cee?

1942. Terzo Reich. Il ministro dell’economia della Berlino nazista, Walter Funk, organizza una conferenza con economisti, politici e i vertici delle maggiori industrie.
La questione sul tavolo è che uso fare dei territori conquistati e da conquistare. Albert Speer, l’allora ministro degli armamenti, suggerisce la necessità di coinvolgere le altre economie europee.
Nasce un progetto dal nome inequivocabile: Europaische Wirtschaftgesellschaft. Che tradotto in italiano suona più o meno così: «Società economica europea». Un sistema di scambi commerciali, di trattati industriali basati sull’utilizzo di una sola moneta.
Speer, durante gli interrogatori condotti dagli Alleati dopo la guerra, aveva dichiarato che per il nazismo il mero sfruttamento sarebbe stato insufficiente.
«Meglio risollevare», aveva aggiunto, «singole economie e inserirle in un sistema tariffario unico per realizzare una produzione industriale su larga scala». Senza dazi, senza tariffe e con una sola valuta. Vi ricorda qualcosa? Tipo l’euro o la Cee?
La risposta nel corso degli anni è arrivata da molti complottisti, ma anche da lucidi politici. Nel 2002 Boris Johnson, quando era giornalista per lo Spectator e prima di diventare sindaco di Londra, scrisse un lungo editoriale per affiancare l’euro ad Adolf Hitler.
«Oggi, per noi, la prospettiva di revanscismo tedesco sembra ridicola e le difficoltà di integrazione europea sembrano molto preoccupanti. Può essere vero che ciò ci turbi di più», ebbe a scrivere, «proprio per il fatto che non siamo stati conquistati da Hitler. Ma dire che l’euro non ha nulla a che fare con la guerra, o Hitler, è assurdo».
La frase – un po’ fortina – trae la sua origine da alcuni libri pubblicati nel decennio precedente. Uno di quelli che fece più scalpore è da attribuire allo storico John Laughland. The Tainted Source (La sorgente infetta), ovvero le origini antidemocratiche dell’idea europea.
Lo storico arriva a capovolgere la tradizione e cerca di dimostrare che il progetto di un’Europa unificata non è figlio del pensiero liberale, ma delle ideologie totalitarie. E che lungi dal rappresentare una conquista di libertà, il superamento della sovranità nazionale mina alle basi stesse dello Stato di diritto.
Ovviamente, l’idea dell’Europa comune targata Hitler sarebbe stata più che un’utopia irrealizzabile un incubo indescrivibile, il fatto è che, secondo alcuni storici, il progetto nato da quella terribile Conferenza del 1942 avrebbe poi dato ai padri fondatori della Cee una serie di spunti.
La guerra avrebbe insegnato a Jean Monnet e Jacques Delors come addomesticare il potere economico di Berlino.
Non a caso i due padri fondatori si sono dimostrati così determinati nel costruire un progetto ampio, e creare la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, alla quale in un certo senso Francia e Germania hanno ceduto la sovranità su due settori vitali per l’economia dell’epoca. Che l’euro possa essere figlio di Hitler non è nulla di così eccezionale, se si pensa che una buona fetta della tecnologia nazista è poi stata riutilizzata dall’Occidente.
1942. Terzo Reich. Il ministro dell’economia della Berlino nazista, Walter Funk, organizza una conferenza con economisti, politici e i vertici delle maggiori industrie.
La questione sul tavolo è che uso fare dei territori conquistati e da conquistare. Albert Speer, l’allora ministro degli armamenti, suggerisce la necessità di coinvolgere le altre economie europee.
Nasce un progetto dal nome inequivocabile: Europaische Wirtschaftgesellschaft. Che tradotto in italiano suona più o meno così: «Società economica europea». Un sistema di scambi commerciali, di trattati industriali basati sull’utilizzo di una sola moneta.
Speer, durante gli interrogatori condotti dagli Alleati dopo la guerra, aveva dichiarato che per il nazismo il mero sfruttamento sarebbe stato insufficiente.
«Meglio risollevare», aveva aggiunto, «singole economie e inserirle in un sistema tariffario unico per realizzare una produzione industriale su larga scala». Senza dazi, senza tariffe e con una sola valuta. Vi ricorda qualcosa? Tipo l’euro o la Cee?
La risposta nel corso degli anni è arrivata da molti complottisti, ma anche da lucidi politici. Nel 2002 Boris Johnson, quando era giornalista per lo Spectator e prima di diventare sindaco di Londra, scrisse un lungo editoriale per affiancare l’euro ad Adolf Hitler.
«Oggi, per noi, la prospettiva di revanscismo tedesco sembra ridicola e le difficoltà di integrazione europea sembrano molto preoccupanti. Può essere vero che ciò ci turbi di più», ebbe a scrivere, «proprio per il fatto che non siamo stati conquistati da Hitler. Ma dire che l’euro non ha nulla a che fare con la guerra, o Hitler, è assurdo».
La frase – un po’ fortina – trae la sua origine da alcuni libri pubblicati nel decennio precedente. Uno di quelli che fece più scalpore è da attribuire allo storico John Laughland. The Tainted Source (La sorgente infetta), ovvero le origini antidemocratiche dell’idea europea.
Lo storico arriva a capovolgere la tradizione e cerca di dimostrare che il progetto di un’Europa unificata non è figlio del pensiero liberale, ma delle ideologie totalitarie. E che lungi dal rappresentare una conquista di libertà, il superamento della sovranità nazionale mina alle basi stesse dello Stato di diritto.
Ovviamente, l’idea dell’Europa comune targata Hitler sarebbe stata più che un’utopia irrealizzabile un incubo indescrivibile, il fatto è che, secondo alcuni storici, il progetto nato da quella terribile Conferenza del 1942 avrebbe poi dato ai padri fondatori della Cee una serie di spunti.
La guerra avrebbe insegnato a Jean Monnet e Jacques Delors come addomesticare il potere economico di Berlino.
Non a caso i due padri fondatori si sono dimostrati così determinati nel costruire un progetto ampio, e creare la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, alla quale in un certo senso Francia e Germania hanno ceduto la sovranità su due settori vitali per l’economia dell’epoca. Che l’euro possa essere figlio di Hitler non è nulla di così eccezionale, se si pensa che una buona fetta della tecnologia nazista è poi stata riutilizzata dall’Occidente.
giovedì 9 ottobre 2014
Critica al comunismo
In questo articolo vorrei analizzare il sistema ideologico comunista nella sua accezione più fondante ovvero quella economica. Enuncio i tanti motivi per cui la teoria economica comunista sia intrinsecamente fallimentare rifacendomi ad uno dei suoi più grandi critici: Von Bohm-Bawerk. Partiamo con il capire come si struttura la tesi comunista enunciata ne "il capitale".
Per costruire il concetto di valore, Marx, analizza inizialmente le merci, intese come i prodotti del lavoro immessi poi nel mercato.
Gli elementi che caratterizzano maggiormente le merci sono: il valore d’uso e di scambio. Il valore d’uso della merce, è basata sulle qualità proprie della merce stessa, la quale è, da quelle sue qualità, destinata a soddisfare il tale, e non il tal altro bisogno. Il valore di scambio si mostra dapprima come il rapporto quantitativo, come la proporzione nella quale valori d’uso di un tipo si scambiano con valori d’uso d’altro tipo, e tale rapporto muta in continuazione con i tempi e coi luoghi.
Ma la base sulla quale Marx costruisce il concetto di valore di scambio è il lavoro umano richiesto per la produzione. Su questi fondamenti teorici, Marx, costruisce la sua dottrina del plus-valore.
I capitalisti, afferma Marx, investono il loro denaro per ottenere delle merci, le quali, una volta vendute ad una somma superiore rispetto al costo di produzione, danno vita al plus-valore.
Passaggio fondamentale della dottrina marxista è il seguente: il capitalista ottiene il plus-valore grazie al plus-lavoro. Il plus-valore è una conseguenza del fatto che il capitalista non retribuisce una parte della giornata lavorativa dell’operaio, ottenendo così un guadagno dal cosiddetto plus-lavoro. Infatti la giornata lavorativa di un operaio si può dividere in due parti: nella prima parte il lavoratore produce i suoi mezzi di sussistenza e riceve per tal motivo un equivalente in denaro, mentre la seconda parte della giornata lavorativa vede come protagonista il capitalista che sfrutta l’operaio non retribuendolo. Quindi, il plus-valore è per sua natura la materializzazione di tempo di lavoro non pagato.
Continuando, Marx, sottolinea il fatto che un limite invalicabile della giornata lavorativa è la sua finitezza, in quanto è naturale che un operaio lavori meno delle 24 ore giornaliere.
Il capitalista secondo la concezione marxiana è un uomo interessato esclusivamente al “sopralavoro”. Questo ha due limiti: il limite naturale e quindi non superabile per qualsiasi essere umano, e il limite artificiale, cioè la fine del lavoro necessario. Per quanto riguarda il plusvalore relativo si può dire che esso si fonda sulla diminuzione del lavoro necessario, mentre quest’ultimo si materializza sulla diminuzione del salario, e il salario si fonda a sua volta sulla riduzione del prezzo delle cose che sono indispensabili per l’operato del l’operaio.
Proseguendo, nel sistema marxiano un punto di grande importanza sono le determinazioni di grandezza di capitale.
Il capitale secondo Marx può essere considerato costante e variabile.
Il primo è il capitale investito nei mezzi di lavoro, quindi i macchinari necessari per la realizzazione di un bene che sono soggetti a logoramento (il quale è proporzionale al suo utilizzo), mentre il secondo è il capitale investito nella forza lavoro.
L’operaio grazie alla sua forza lavoro ottiene un salario e nello stesso tempo produce un bene e di conseguenza, un plusvalore a favore del capitalista.
Marx parla di composizione organica dei capitali, che per motivi prettamente tecnici sono differenti nelle varie sfere di produzione
Inoltre asserisce che il capitalista calcola il plusvalore non soltanto sulla parte variabile del capitale ma sull’intero capitale da lui investito.
Quindi collegando adesso il concetto della composizione organica dei rami di produzione con la teoria del saggio del plusvalore, Marx afferma nella sua teoria del saggio medio del profitto, che capitali di eguale grandezza ma di differente composizione organica producono effetti diversi.
Maggiore è il capitale variabile, maggiore sarà il plusvalore.
Böhm Bawerk, però, sottolinea il fatto che nel mondo reale vige la legge secondo la quale capitali di eguale grandezza, a prescindere dalla loro composizione organica danno identici profitti. Il divario tra le due concezione è lapalissianamente evidente.
Böhm-Bawerk sostiene che la differenza tra i saggi medi del profitto fra i diversi rami dell’industria non esiste, e non può esistere senza annullare tutto il sistema della produzione capitalista. La teoria del valore, secondo l’autore viennese, è incompatibile con l’economia reale.
Böhm-Bawerk continua: <<..la teoria del saggio medio del profitto e dei prezzi di produzione non si concilia con la teoria del valore.>>
Marx affermò che tutto il valore si basa sul lavoro e di conseguenza le merci si sarebbero scambiate in base al lavoro necessario per la loro realizzazione. Nel terzo volume però, egli spiega come le singole merci si scambiano reciprocamente senza avere una eguale quantità di lavoro necessario per la loro produzione.
La contraddizione che vi è tra il primo e il terzo volume è palese.
Marx però aveva previsto che la sua soluzione sarebbe stata oggetto di attacchi, ed è per questo che realizza una vera e propria autodifesa consistente nel fatto che, nonostante i rapporti di scambio siano guidati dai prezzi di produzione che sono diversi dai valori, il tutto si muove nell’ambito della legge del valore la quale “in ultima istanza” domina i prezzi. Adesso Böhm-Bawerk confuta il cosiddetto sistema marxiano dividendolo in quattro argomenti.
Il primo argomento riguarda l’idea secondo la quale le singole merci, a prescindere che nel processo riguardante la loro realizzazione vi sia stato il contributo di un capitale costante con quota superiore o inferiore alla media, si scambiano tra loro o al di sopra o al di sotto del loro valore. Marx, dice Böhm-Bawerk, dopo aver ammesso che il prezzo effettivo delle merci sia diverso dal loro valore, osserva che tale divergenza è riconducibile solo ai prezzi che riguardano le singole merci; mentre scompare, quando si prende in considerazione la somma di tutte le singole merci, il prodotto nazionale annuo. Quindi la legge del valore,
ipotizza Böhm-Bawerk, avrebbe il semplice compito di chiarire il rapporto di scambio delle merci. Le differenze di prezzo si annullano nella somma complessiva. Come si può ben vedere, Marx, pur di salvare la legge del valore ha adottato delle queste ipotesi ad hoc, comportandosi così, in maniera antiscientifica.
Passiamo adesso al secondo argomento. Marx ritiene che legge del valore domina il movimento dei prezzi. Tale dominio si materializza nel momento in cui si ha una riduzione del tempo di lavoro utile per la realizzazione delle merci, e ciò comporterebbe una caduta dei prezzi. L’errore risiede nel fatto che Marx, tramite la sua legge del valore, voglia affermare che il lavoro è il solo fattore che determina i rapporti di scambio delle merci, senza considerare minimamente le eventuali oscillazioni della domanda e dell’offerta. Questi ultimi sono motivi di particolare importanza, in quanto, insieme alle loro oscillazioni, sono determinanti nello sviluppo delle vendite e degli acquisti di beni all’interno di una società.
Il terzo argomento riguarda sempre la legge del valore. Secondo Marx essa domina lo scambio delle merci in certi stadi primitivi, nei quali non è ancora avvenuta la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Facendo una attenta lettura delle pagine del III capitolo de “Il Capitale” potremmo accorgerci che in realtà Marx, non fa altro che ipotizzare e supporre. Di conseguenza, se tali conclusioni si basano solo su ipotesi,e non su ricerche scientifiche e quindi su fatti, dati,verifiche, tutti noi siamo liberi di esercitare un nostro libero giudizio.
Quarto e ultimo argomento. Marx ritiene che i prezzi di produzione dominino la formazione dei prezzi. I primi però sono sottoposti all’influenza della legge del valore, e questa in maniera consequenziale domina gli effetti del rapporto di scambio. Böhm-Bawerk riesce a confutare tali concetti. Marx afferma che il profitto medio determina i prezzi di produzione, e questo si accumula mediante la produzione di una merce ed è l’unica causa del prezzo di produzione della merce stessa. Pensa di poter sviluppare un percorso partendo da un unico fatto, il quale condurrà gli eventi lungo un solo binario. In realtà il profitto medio è solo una delle cause che determina la produzione di una merce, un’altra causa sarebbero i salari pagati. Il profitto medio è una causa determinante del prezzo di produzione, ma non l’unica. Anche i salari sono una componente importante.
Concludendo, Marx ha realizzato non una ma due teorie del valore, una nel Libro I e l’altra nel libro III, descritte nel Il Capitale. Il sistema marxiano, per vie delle sue contraddizioni interne ci dice Böhm-Bawerk, è crollato inesorabilmente su se stesso.
La teoria del valore lavoro è stata ripresa e sviluppata dai socialisti neoclassici che udite udite non fanno altro che rafforzare l'inutilità degli studi di Marx perchè privi di valenza scientifica e di metodo. Dmitriev calcolò i valori di scambio ignorando completamente i valori-lavoro, ma esprimendole nei termini delle quantità di lavoro investite e capitalizzate nelle epoche precedenti per produrre i beni salario consumati dai lavoratori. Dimostrò che ciò che rendeva possibili la trasformazione dei valori in prezzi la rende anche inutile; i prezzi di produzione infatti possono essere conosciuti senza conoscere i lavori contenuti nelle merci, cosicchè la teoria del valore-lavoro assume un ruolo marginale. Von Charasoff fa ancora meglio nel sottolineare l'inutilità della teoria amrxista. Iterò il processo di trasformazione ad n merci convergendo verso la soluzione dei prezzi di produzione e non del lavoro impiegato. In questo modo emerge l'inessenzialità della teoria del valore-lavoro. Infatti il processo iterativo di trasformazione può essere fatto partire da un qualunque vettore di prezzi, cosicchè il vettore del valore-lavoro risulta svolgere il semplice ruolo di un arbitrario vettore di valori di scambio errati. Il fatto che la teoria marxista sia antiscientifica nel metodo e sia contraddittoria al suo interno oltre che carente nell'analisi per mancanza di strumenti matematici ed economici è una palese evidenza della sua inutilità e mancanza di valore assoluto. Come può un'ideologia che si basa su tale teoria acquisire autorevolezza?
Per costruire il concetto di valore, Marx, analizza inizialmente le merci, intese come i prodotti del lavoro immessi poi nel mercato.
Gli elementi che caratterizzano maggiormente le merci sono: il valore d’uso e di scambio. Il valore d’uso della merce, è basata sulle qualità proprie della merce stessa, la quale è, da quelle sue qualità, destinata a soddisfare il tale, e non il tal altro bisogno. Il valore di scambio si mostra dapprima come il rapporto quantitativo, come la proporzione nella quale valori d’uso di un tipo si scambiano con valori d’uso d’altro tipo, e tale rapporto muta in continuazione con i tempi e coi luoghi.
Ma la base sulla quale Marx costruisce il concetto di valore di scambio è il lavoro umano richiesto per la produzione. Su questi fondamenti teorici, Marx, costruisce la sua dottrina del plus-valore.
I capitalisti, afferma Marx, investono il loro denaro per ottenere delle merci, le quali, una volta vendute ad una somma superiore rispetto al costo di produzione, danno vita al plus-valore.
Passaggio fondamentale della dottrina marxista è il seguente: il capitalista ottiene il plus-valore grazie al plus-lavoro. Il plus-valore è una conseguenza del fatto che il capitalista non retribuisce una parte della giornata lavorativa dell’operaio, ottenendo così un guadagno dal cosiddetto plus-lavoro. Infatti la giornata lavorativa di un operaio si può dividere in due parti: nella prima parte il lavoratore produce i suoi mezzi di sussistenza e riceve per tal motivo un equivalente in denaro, mentre la seconda parte della giornata lavorativa vede come protagonista il capitalista che sfrutta l’operaio non retribuendolo. Quindi, il plus-valore è per sua natura la materializzazione di tempo di lavoro non pagato.
Continuando, Marx, sottolinea il fatto che un limite invalicabile della giornata lavorativa è la sua finitezza, in quanto è naturale che un operaio lavori meno delle 24 ore giornaliere.
Il capitalista secondo la concezione marxiana è un uomo interessato esclusivamente al “sopralavoro”. Questo ha due limiti: il limite naturale e quindi non superabile per qualsiasi essere umano, e il limite artificiale, cioè la fine del lavoro necessario. Per quanto riguarda il plusvalore relativo si può dire che esso si fonda sulla diminuzione del lavoro necessario, mentre quest’ultimo si materializza sulla diminuzione del salario, e il salario si fonda a sua volta sulla riduzione del prezzo delle cose che sono indispensabili per l’operato del l’operaio.
Proseguendo, nel sistema marxiano un punto di grande importanza sono le determinazioni di grandezza di capitale.
Il capitale secondo Marx può essere considerato costante e variabile.
Il primo è il capitale investito nei mezzi di lavoro, quindi i macchinari necessari per la realizzazione di un bene che sono soggetti a logoramento (il quale è proporzionale al suo utilizzo), mentre il secondo è il capitale investito nella forza lavoro.
L’operaio grazie alla sua forza lavoro ottiene un salario e nello stesso tempo produce un bene e di conseguenza, un plusvalore a favore del capitalista.
Marx parla di composizione organica dei capitali, che per motivi prettamente tecnici sono differenti nelle varie sfere di produzione
Inoltre asserisce che il capitalista calcola il plusvalore non soltanto sulla parte variabile del capitale ma sull’intero capitale da lui investito.
Quindi collegando adesso il concetto della composizione organica dei rami di produzione con la teoria del saggio del plusvalore, Marx afferma nella sua teoria del saggio medio del profitto, che capitali di eguale grandezza ma di differente composizione organica producono effetti diversi.
Maggiore è il capitale variabile, maggiore sarà il plusvalore.
Böhm Bawerk, però, sottolinea il fatto che nel mondo reale vige la legge secondo la quale capitali di eguale grandezza, a prescindere dalla loro composizione organica danno identici profitti. Il divario tra le due concezione è lapalissianamente evidente.
Böhm-Bawerk sostiene che la differenza tra i saggi medi del profitto fra i diversi rami dell’industria non esiste, e non può esistere senza annullare tutto il sistema della produzione capitalista. La teoria del valore, secondo l’autore viennese, è incompatibile con l’economia reale.
Böhm-Bawerk continua: <<..la teoria del saggio medio del profitto e dei prezzi di produzione non si concilia con la teoria del valore.>>
Marx affermò che tutto il valore si basa sul lavoro e di conseguenza le merci si sarebbero scambiate in base al lavoro necessario per la loro realizzazione. Nel terzo volume però, egli spiega come le singole merci si scambiano reciprocamente senza avere una eguale quantità di lavoro necessario per la loro produzione.
La contraddizione che vi è tra il primo e il terzo volume è palese.
Marx però aveva previsto che la sua soluzione sarebbe stata oggetto di attacchi, ed è per questo che realizza una vera e propria autodifesa consistente nel fatto che, nonostante i rapporti di scambio siano guidati dai prezzi di produzione che sono diversi dai valori, il tutto si muove nell’ambito della legge del valore la quale “in ultima istanza” domina i prezzi. Adesso Böhm-Bawerk confuta il cosiddetto sistema marxiano dividendolo in quattro argomenti.
Il primo argomento riguarda l’idea secondo la quale le singole merci, a prescindere che nel processo riguardante la loro realizzazione vi sia stato il contributo di un capitale costante con quota superiore o inferiore alla media, si scambiano tra loro o al di sopra o al di sotto del loro valore. Marx, dice Böhm-Bawerk, dopo aver ammesso che il prezzo effettivo delle merci sia diverso dal loro valore, osserva che tale divergenza è riconducibile solo ai prezzi che riguardano le singole merci; mentre scompare, quando si prende in considerazione la somma di tutte le singole merci, il prodotto nazionale annuo. Quindi la legge del valore,
ipotizza Böhm-Bawerk, avrebbe il semplice compito di chiarire il rapporto di scambio delle merci. Le differenze di prezzo si annullano nella somma complessiva. Come si può ben vedere, Marx, pur di salvare la legge del valore ha adottato delle queste ipotesi ad hoc, comportandosi così, in maniera antiscientifica.
Passiamo adesso al secondo argomento. Marx ritiene che legge del valore domina il movimento dei prezzi. Tale dominio si materializza nel momento in cui si ha una riduzione del tempo di lavoro utile per la realizzazione delle merci, e ciò comporterebbe una caduta dei prezzi. L’errore risiede nel fatto che Marx, tramite la sua legge del valore, voglia affermare che il lavoro è il solo fattore che determina i rapporti di scambio delle merci, senza considerare minimamente le eventuali oscillazioni della domanda e dell’offerta. Questi ultimi sono motivi di particolare importanza, in quanto, insieme alle loro oscillazioni, sono determinanti nello sviluppo delle vendite e degli acquisti di beni all’interno di una società.
Il terzo argomento riguarda sempre la legge del valore. Secondo Marx essa domina lo scambio delle merci in certi stadi primitivi, nei quali non è ancora avvenuta la trasformazione dei valori in prezzi di produzione. Facendo una attenta lettura delle pagine del III capitolo de “Il Capitale” potremmo accorgerci che in realtà Marx, non fa altro che ipotizzare e supporre. Di conseguenza, se tali conclusioni si basano solo su ipotesi,e non su ricerche scientifiche e quindi su fatti, dati,verifiche, tutti noi siamo liberi di esercitare un nostro libero giudizio.
Quarto e ultimo argomento. Marx ritiene che i prezzi di produzione dominino la formazione dei prezzi. I primi però sono sottoposti all’influenza della legge del valore, e questa in maniera consequenziale domina gli effetti del rapporto di scambio. Böhm-Bawerk riesce a confutare tali concetti. Marx afferma che il profitto medio determina i prezzi di produzione, e questo si accumula mediante la produzione di una merce ed è l’unica causa del prezzo di produzione della merce stessa. Pensa di poter sviluppare un percorso partendo da un unico fatto, il quale condurrà gli eventi lungo un solo binario. In realtà il profitto medio è solo una delle cause che determina la produzione di una merce, un’altra causa sarebbero i salari pagati. Il profitto medio è una causa determinante del prezzo di produzione, ma non l’unica. Anche i salari sono una componente importante.
Concludendo, Marx ha realizzato non una ma due teorie del valore, una nel Libro I e l’altra nel libro III, descritte nel Il Capitale. Il sistema marxiano, per vie delle sue contraddizioni interne ci dice Böhm-Bawerk, è crollato inesorabilmente su se stesso.
La teoria del valore lavoro è stata ripresa e sviluppata dai socialisti neoclassici che udite udite non fanno altro che rafforzare l'inutilità degli studi di Marx perchè privi di valenza scientifica e di metodo. Dmitriev calcolò i valori di scambio ignorando completamente i valori-lavoro, ma esprimendole nei termini delle quantità di lavoro investite e capitalizzate nelle epoche precedenti per produrre i beni salario consumati dai lavoratori. Dimostrò che ciò che rendeva possibili la trasformazione dei valori in prezzi la rende anche inutile; i prezzi di produzione infatti possono essere conosciuti senza conoscere i lavori contenuti nelle merci, cosicchè la teoria del valore-lavoro assume un ruolo marginale. Von Charasoff fa ancora meglio nel sottolineare l'inutilità della teoria amrxista. Iterò il processo di trasformazione ad n merci convergendo verso la soluzione dei prezzi di produzione e non del lavoro impiegato. In questo modo emerge l'inessenzialità della teoria del valore-lavoro. Infatti il processo iterativo di trasformazione può essere fatto partire da un qualunque vettore di prezzi, cosicchè il vettore del valore-lavoro risulta svolgere il semplice ruolo di un arbitrario vettore di valori di scambio errati. Il fatto che la teoria marxista sia antiscientifica nel metodo e sia contraddittoria al suo interno oltre che carente nell'analisi per mancanza di strumenti matematici ed economici è una palese evidenza della sua inutilità e mancanza di valore assoluto. Come può un'ideologia che si basa su tale teoria acquisire autorevolezza?
domenica 27 luglio 2014
Il Projekt Amerika
A9/A10 è un missile balistico a medio raggio (MRBM) della famiglia Aggregat sviluppato in Germania nella prima metà degli anni quaranta da Wernher von Braun. Si trattò del primo progetto realizzabile di un missile balistico con capacità transcontinentali, che avrebbe dovuto effettuare il primo volo nel 1946. Tuttavia, come gran parte dei modelli della famiglia Aggregat, rimase sulla carta.
Storia
Sviluppo
Von Braun iniziò a lavorare ad un missile a lunghissimo raggio nel 1940, con l’intenzione di arrivare ad un esemplare volante nel 1946. Tuttavia, i lavori su questo sistema d’arma, conosciuto con la designazione interna di A9/A10 (dal nome dei due stadi), furono proibiti nel 1943: il motivo di questa decisione può essere ricondotto all'alta priorità che aveva all'epoca lo sviluppo dell’A4 (meglio conosciuta come V2). Nonostante questo divieto, però, Von Braun ed i suoi uomini proseguirono ugualmente le ricerche sull’A9/A10, che fu spacciato per una modifica dell’A4 e ricevette il nome in codice di A4b.
Solo alla fine del 1944, Von Braun ed il suo team furono autorizzati ufficialmente a riprendere le ricerche su questo sistema d’arma strategico, che ricevette la codifica di Projekt Amerika (Progetto America). Tuttavia, quest'arma a lungo raggio non ebbe alcuno sviluppo pratico: le uniche prove reali riguardarono due voli dell’A4b (l’ultimo dei quali nel gennaio 1945).
Nel corso degli anni, il progetto originario venne rivisto più volte, e furono ideate anche versioni più grandi a tre e quattro stadi. Nessuna di queste, tuttavia, ebbe una realizzazione pratica, e rimasero tutte interamente sulla carta.
Descrizione tecnica
A9/A10
L’A9/A10 avrebbe dovuto essere un missile a due stadi con propellente liquido (LOX ed alcool), con un peso al lancio superiore alle 85 t ed in grado di trasportare una testata da 1.000 kg alla distanza di 5.000 km. Il nome del missile era dovuto, essenzialmente, a quello dei due stadi, che si chiamavano, appunto, A9 ed A10. Di questi due stadi, durante la fase di sviluppo, vennero ipotizzate varie configurazioni.
A10: si trattava del primo stadio del missile. Nella sua versione iniziale, avrebbe dovuto avere un motore costituito da un cluster di 6 camere di combustione dell’A4, a propellente liquido (LOX/alcool), con un singolo ugello di scarico. Successivamente, si decise di utilizzare un propulsore con una singola camera di combustione, di dimensioni maggiori. Per i test reali di questo motore, presso l’impianto di Peenemünde, vennero costruiti alcuni banchi prova. Il motore avrebbe dovuto avere una spinta di 200.000 kgf, ed un diametro di 4,12 m.
A9: si trattava del secondo stadio del missile, che in parte venne anche sperimentato. Nella sua configurazione iniziale, avrebbe dovuto consistere in una normale A4 con due piccole ali al lato. Le sperimentazioni furono effettuate sull'A4b, che in pratica era una V2 "di serie" con ali e peso maggiorato. Di questa, ne vennero lanciati due esemplari, il 27 dicembre 1944 ed il 24 gennaio 1945. Il primo test non riuscì. I successivi lanci, nonostante fossero previsti, non vennero però mai effettuati a causa del disastroso andamento del conflitto. Comunque, la configurazione definitiva dell’A9 prevedeva una sorta di aereo a razzo con pilotaggio umano, caratterizzato da due piccole ali laterali lungo tutta la fusoliera: questa soluzione, infatti, stando ai test condotti in galleria del vento, avrebbe comportato tutta una serie di vantaggi, sia durante il volo in regime supersonico, sia in termini di assemblaggio con il primo stadio.
Caratteristiche tecniche di A4b ed A9
Dati tecnici A4b A9
Peso al lancio (kg) 12.800 16.259
Altezza (m) 13,6 14,18
Larghezza (m) 1,65 3,2
Carico utile (kg) ? 1.000
Equipaggio nessuno? 1
Uno dei maggiori problemi che si dovette affrontare fu quello relativo al sistema di guida: la grande gittata, infatti, rendeva questo sistema d'arma estremamente impreciso. Per questa ragione, i progettisti valutarono il ricorso al pilotaggio umano. Secondo il profilo di missione previsto, quindi, l’A9 avrebbe dovuto separarsi dal primo stadio ad una quota di 390 km ed alla velocità di 3.400 m/s. Successivamente, avrebbe dovuto iniziare una fase di rientro, dirigendosi verso il suo obiettivo guidato via radio o da sommergibili situati nell’Oceano Atlantico. Il pilota, una volta inquadrato l’obiettivo, avrebbe dovuto bloccare la rotta del velivolo ed eiettarsi. Il problema era che si trattava di una manovra molto rischiosa: non solo, infatti, era potenzialmente mortale, ma anche in caso di successo avrebbe comportato la sicura cattura dell'uomo alla guida del missile.
Versioni successive
Del missile A9/A10 vennero proposte anche altre due versioni, fortemente ingrandite. Queste si caratterizzavano per l'aggiunta, ad A9 ed A10, di uno e due ulteriori stadi rispettivamente, chiamati A11 ed A12. Si sarebbe dovuto trattare, dunque, di missili a tre e quattro stadi, che rimasero anch'essi sulla carta.
A9/A10/A11: progetto relativo ad un missile a tre stadi, in grado di essere utilizzato sia per lanciare un satellite artificiale da 500 kg in low earth orbit, sia come missile balistico intercontinentale. Portato avanti nel 1944, si trattava essenzialmente di un A9/A10 con un nuovo primo stadio, chiamato A11, costituito da un cluster di sei motori dell'A10. Il peso di tale nuovo stadio avrebbe dovuto raggiungere le 500 tonnellate.
A9/A10/A11/A12: progetto relativo ad un vettore spaziale a quattro stadi, capace di trasportare in low earth orbit un carico utile di 10.000 kg. In pratica, avrebbe dovuto consistere in un A9/A10/A11 con un nuovo primo stadio, chiamato A12, del peso di 3.500 tonnellate e spinto da un cluster di 50 motori A10.
Storia
Sviluppo
Von Braun iniziò a lavorare ad un missile a lunghissimo raggio nel 1940, con l’intenzione di arrivare ad un esemplare volante nel 1946. Tuttavia, i lavori su questo sistema d’arma, conosciuto con la designazione interna di A9/A10 (dal nome dei due stadi), furono proibiti nel 1943: il motivo di questa decisione può essere ricondotto all'alta priorità che aveva all'epoca lo sviluppo dell’A4 (meglio conosciuta come V2). Nonostante questo divieto, però, Von Braun ed i suoi uomini proseguirono ugualmente le ricerche sull’A9/A10, che fu spacciato per una modifica dell’A4 e ricevette il nome in codice di A4b.
Solo alla fine del 1944, Von Braun ed il suo team furono autorizzati ufficialmente a riprendere le ricerche su questo sistema d’arma strategico, che ricevette la codifica di Projekt Amerika (Progetto America). Tuttavia, quest'arma a lungo raggio non ebbe alcuno sviluppo pratico: le uniche prove reali riguardarono due voli dell’A4b (l’ultimo dei quali nel gennaio 1945).
Nel corso degli anni, il progetto originario venne rivisto più volte, e furono ideate anche versioni più grandi a tre e quattro stadi. Nessuna di queste, tuttavia, ebbe una realizzazione pratica, e rimasero tutte interamente sulla carta.
Descrizione tecnica
A9/A10
L’A9/A10 avrebbe dovuto essere un missile a due stadi con propellente liquido (LOX ed alcool), con un peso al lancio superiore alle 85 t ed in grado di trasportare una testata da 1.000 kg alla distanza di 5.000 km. Il nome del missile era dovuto, essenzialmente, a quello dei due stadi, che si chiamavano, appunto, A9 ed A10. Di questi due stadi, durante la fase di sviluppo, vennero ipotizzate varie configurazioni.
A10: si trattava del primo stadio del missile. Nella sua versione iniziale, avrebbe dovuto avere un motore costituito da un cluster di 6 camere di combustione dell’A4, a propellente liquido (LOX/alcool), con un singolo ugello di scarico. Successivamente, si decise di utilizzare un propulsore con una singola camera di combustione, di dimensioni maggiori. Per i test reali di questo motore, presso l’impianto di Peenemünde, vennero costruiti alcuni banchi prova. Il motore avrebbe dovuto avere una spinta di 200.000 kgf, ed un diametro di 4,12 m.
A9: si trattava del secondo stadio del missile, che in parte venne anche sperimentato. Nella sua configurazione iniziale, avrebbe dovuto consistere in una normale A4 con due piccole ali al lato. Le sperimentazioni furono effettuate sull'A4b, che in pratica era una V2 "di serie" con ali e peso maggiorato. Di questa, ne vennero lanciati due esemplari, il 27 dicembre 1944 ed il 24 gennaio 1945. Il primo test non riuscì. I successivi lanci, nonostante fossero previsti, non vennero però mai effettuati a causa del disastroso andamento del conflitto. Comunque, la configurazione definitiva dell’A9 prevedeva una sorta di aereo a razzo con pilotaggio umano, caratterizzato da due piccole ali laterali lungo tutta la fusoliera: questa soluzione, infatti, stando ai test condotti in galleria del vento, avrebbe comportato tutta una serie di vantaggi, sia durante il volo in regime supersonico, sia in termini di assemblaggio con il primo stadio.
Caratteristiche tecniche di A4b ed A9
Dati tecnici A4b A9
Peso al lancio (kg) 12.800 16.259
Altezza (m) 13,6 14,18
Larghezza (m) 1,65 3,2
Carico utile (kg) ? 1.000
Equipaggio nessuno? 1
Uno dei maggiori problemi che si dovette affrontare fu quello relativo al sistema di guida: la grande gittata, infatti, rendeva questo sistema d'arma estremamente impreciso. Per questa ragione, i progettisti valutarono il ricorso al pilotaggio umano. Secondo il profilo di missione previsto, quindi, l’A9 avrebbe dovuto separarsi dal primo stadio ad una quota di 390 km ed alla velocità di 3.400 m/s. Successivamente, avrebbe dovuto iniziare una fase di rientro, dirigendosi verso il suo obiettivo guidato via radio o da sommergibili situati nell’Oceano Atlantico. Il pilota, una volta inquadrato l’obiettivo, avrebbe dovuto bloccare la rotta del velivolo ed eiettarsi. Il problema era che si trattava di una manovra molto rischiosa: non solo, infatti, era potenzialmente mortale, ma anche in caso di successo avrebbe comportato la sicura cattura dell'uomo alla guida del missile.
Versioni successive
Del missile A9/A10 vennero proposte anche altre due versioni, fortemente ingrandite. Queste si caratterizzavano per l'aggiunta, ad A9 ed A10, di uno e due ulteriori stadi rispettivamente, chiamati A11 ed A12. Si sarebbe dovuto trattare, dunque, di missili a tre e quattro stadi, che rimasero anch'essi sulla carta.
A9/A10/A11: progetto relativo ad un missile a tre stadi, in grado di essere utilizzato sia per lanciare un satellite artificiale da 500 kg in low earth orbit, sia come missile balistico intercontinentale. Portato avanti nel 1944, si trattava essenzialmente di un A9/A10 con un nuovo primo stadio, chiamato A11, costituito da un cluster di sei motori dell'A10. Il peso di tale nuovo stadio avrebbe dovuto raggiungere le 500 tonnellate.
A9/A10/A11/A12: progetto relativo ad un vettore spaziale a quattro stadi, capace di trasportare in low earth orbit un carico utile di 10.000 kg. In pratica, avrebbe dovuto consistere in un A9/A10/A11 con un nuovo primo stadio, chiamato A12, del peso di 3.500 tonnellate e spinto da un cluster di 50 motori A10.
| Tabella comparativa tra l'A9/A10 e le versioni derivate | |||
|---|---|---|---|
| Dati tecnici | A9/A10 | A9/A10/A11 | A9/A10/A11/A12 |
| Tipologia | MRBM | ICBM/Vettore | Vettore |
| Peso al lancio (kg) | 85.300 | 586.000 | 4.100.000 |
| Altezza (m) | 41 | 41,5 | 70 |
| Larghezza (m) | 4,12 | 8,1 (15,3 con le alette) | 11 (35 con le alette) |
| Numero stadi | 2 | 3 | 4 |
| Carico utile (kg) | 1.000 | 500 (LEO) | 10.000 (LEO) |
giovedì 24 luglio 2014
Wagner e il nazismo
Anche se Richard Wagner visse decenni prima della nascita del nazismo, la sua influenza sul movimento nazionalsocialista e soprattutto su Adolf Hitler è stata enorme.

In un trattato, Das Judenthum in der Musik, pubblicato la prima volta nel 1850 sotto uno pseudonimo, Wagner scrisse che la musica ebraica è priva di ogni espressione, caratterizzata da freddezza e indifferenza, L'Ebreo, secondo lui, non ha una vera passione dentro di se' che possa spingerlo alla creazione artistica.
Oltre a ciò sostiene che gli ebrei non sono in grado di parlare le lingue europee in maniera corretta e che la parola ebraica ha il carattere di un "bla bla intollerabilmente confuso", qualcosa che assomiglia a "scricchiolii, cigolii, ronzii", incapace di esprimere passione.
Ciò, dice ancora, reclude la possibilità di poter creare canzoni o comporre musica.
Inoltre, in Deutsche Kunst und Politik Deutsche, Wagner sostenne l'idea dell '"influenza nociva degli ebrei sulla moralità della nazione", aggiungendo che il potere sovversivo dell'ebraismo era in contrasto con la psiche tedesca.
Tutte queste idee, insieme con il carattere ultranazionalistico (cioè che esaspera le idee e i principi del nazionalismo), delle sue opere, in particolare de "L'Anello del Nibelungo", fornirono un terreno fertile all'alimentazione dell'ideologia antisemitica nazista.

In un trattato, Das Judenthum in der Musik, pubblicato la prima volta nel 1850 sotto uno pseudonimo, Wagner scrisse che la musica ebraica è priva di ogni espressione, caratterizzata da freddezza e indifferenza, L'Ebreo, secondo lui, non ha una vera passione dentro di se' che possa spingerlo alla creazione artistica.
Oltre a ciò sostiene che gli ebrei non sono in grado di parlare le lingue europee in maniera corretta e che la parola ebraica ha il carattere di un "bla bla intollerabilmente confuso", qualcosa che assomiglia a "scricchiolii, cigolii, ronzii", incapace di esprimere passione.
Ciò, dice ancora, reclude la possibilità di poter creare canzoni o comporre musica.
Inoltre, in Deutsche Kunst und Politik Deutsche, Wagner sostenne l'idea dell '"influenza nociva degli ebrei sulla moralità della nazione", aggiungendo che il potere sovversivo dell'ebraismo era in contrasto con la psiche tedesca.
Tutte queste idee, insieme con il carattere ultranazionalistico (cioè che esaspera le idee e i principi del nazionalismo), delle sue opere, in particolare de "L'Anello del Nibelungo", fornirono un terreno fertile all'alimentazione dell'ideologia antisemitica nazista.
venerdì 11 luglio 2014
Villa Baviera, da colonia nazista a villaggio per turisti
Villa Baviera nota anche come Colonia Dignidad è un villaggio cileno posto 35 km a sud-est di Parral, Provincia di Linares, nella regione del Maule, sulla sponda settentrionale del fiume Perquilauquén. Fu fondato da un gruppo di immigrati tedeschi guidati da Paul Schäfer nel 1961. La popolazione attuale ammonta a circa 200 abitanti.
Nel momento del suo massimo sviluppo Villa Baviera ospitava circa 300 residenti tra tedeschi e cileni, distribuiti su una superficie di 137 chilometri quadrati. Le principali attività economiche erano legate all'agricoltura; la colonia ospitava una scuola, un ospedale, due piste di atterraggio, un ristorante e una centrale energetica. Il villaggio, circondato da una barriera elettrificata con torri di osservazione e proiettori di ricerca, era difesa da armi di vario genere tra cui un carro armato.
Legami col Nazismo
Sia la Central Intelligence Agency che Simon Wiesenthal hanno presentato un'ampia documentazione che testimonia come Josef Mengele, noto per la sua sperimentazione umana nei campi di concentramento durante l'Olocausto, abbia vissuto nella colonia.
Torture
Durante la dittatura militare di Augusto Pinochet la colonia servì come centro di tortura. Nel 1991 il Centro nazionale per la verità e la riconciliazione ha rivelato che "un certo numero di persone sono state prelevate, tenute prigioniere nella colonia e sono state soggette a tortura da parte di agenti della DINA, ma alcuni residenti hanno partecipato alle azioni".
Accuse di abusi
Alcune persone che hanno lasciato la colonia l'hanno descritta come un culto in cui il leader Paul Schäfer deteneva il potere. Essi asseriscono che ai residenti non era permesso lasciare la colonia e che erano segregati per sesso. Televisione, telefoni e calendari erano banditi. I residenti dovevano lavorare indossando vestiti di foggia bavarese e cantando canzoni in tedesco. Il sesso era bandito e alcuni residenti erano forzati a prendere farmaci che riducevano il desiderio. Farmaci venivano utilizzati per sedare, soprattutto le giovani ragazze, ma anche maschi. La disciplina così severa veniva messa in pratica attraverso pestaggi e torture. Schäfer definiva la disciplina spiritualmente arricchente.
Molestie su bambini
Paul Schäfer, ex ufficiale paramedico della Luftwaffe, era stato il fondatore e primo leader della Colonia Dignidad. Egli aveva lasciato la Germania nel 1961 dopo essere stato accusato di avere abusato sessualmente di due ragazzi. Il 20 maggio 1997 lasciò il Cile, perseguito dalle autorità con l'accusa di avere molestato 26 bambini della colonia. Nel marzo 2005 fu arrestato in Argentina e estradato in Cile. Schäfer era anche ricercato in relazione alla scomparsa, nel 1985 di Boris Weisfeiler, un ebreo americano, professore di matematica di origine russa. Schäfer è morto in prigione per un attacco di cuore dopo essere stato condannato a 20 anni di reclusione nel penitenziario di Santiago, il 24 aprile 2010. Altri 22 membri della Colonia Dignidad, incluso il dottor Hartmut Hopp, secondo in comando, sono stati dichiarati colpevoli di aver favorito gli abusi sui minori.
Detenzione di armi
Tra giugno e luglio 2000 la polizia cilena ha trovato due depositi di armi dentro o nelle vicinanze della colonia. Il primo, ritrovato dentro la colonia conteneva mitragliatrici, fucili automatici, lanciarazzi e una grande quantità di munizioni, alcune vecchie di 40 anni. Un carro armato venne trovato sotto terra. Questo ritrovamento è stato definito come il più grosso deposito d'armi in mani private in Cile. Il secondo deposito, trovato fuori dalla colonia, conteneva lanciarazzi e granate.
In gennaio 2005 Michael Townley ha raccontato ad agenti dell'Interpol delle relazioni tra la DINA e Colonia Dignidad. Townley ha dato informazioni su un laboratorio batteriologico dove avrebbe lavorato il chimico Eugenio Berríos. Townley ha fornito evidenze degli esperimenti biologici svolti nella colonia.
L'era di Villa Baviera
La colonia esiste a tutt'oggi ma i leader dichiarano che sono stati apportati molti cambiamenti. L'attuale leader, Peter Müller, sta cercando di modernizzare la colonia, permettendo ai residenti di andare via per studiare all'università e aprendo la colonia ai turisti. Il 26 agosto 2005, le autorità cilene hanno preso controllo della colonia e delle proprietà in relazione all'investigazione sui leader precedenti. Da allora il controllo è stato assegnato ad un avvocato di stato.
Nell'aprile 2006, i membri della colonia hanno elargito delle pubbliche scuse e chiesto perdono per 40 anni di abusi perpetrati sui minori e altre violazioni dei diritti dell'uomo, in una pubblica lettera pubblicata su El Mercurio", uno dei giornali Cileni principali. Gli ex-membri della colonia dicono che il loro precedente leader carismatico Paul Schäfer li aveva soggiogati moralmente e corporalmente mentre molestava i loro stessi figli.
Fondato da 300 nazisti fuggiti in Cile, un luogo di violenze, torture e morte, ospita, oggi, ristoranti, alberghi, piscine. In principio era un rifugio di nazisti fuggiti dalla Germania, oggi è un bellissimo ed accogliente villaggio vacanze. Si trova in Cile, è stato fondato da 300 nazisti fuggiti in Cile, un luogo di violenze, torture e morte, ospita, oggi, ristoranti, alberghi, piscine.
In principio era un rifugio di nazisti fuggiti dalla Germania, oggi è un bellissimo ed accogliente villaggio vacanze. Si trova in Cile, è la ex Colonia Dignidad, villaggio situato a circa 350 km a sud di Santiago, nei pressi della città di Parral. Oggi quel suggestivo angolo delle Ande è popolato da turisti che possono godersi la cucina tedesca, ascoltare una melodia orecchiabile, all’ombra di un pergolato, sul bordo piscina. Uno scenario incantevole, per decenni residenza di nostalgici dell’ideologia nazista. Con alberghi e ristoranti Villa Baviera - è conosciuto con questo nome oggi il villaggio - è stata convertita al turismo nel settembre 2007. Centinaia di tedeschi avevano vissuto in quelle stanze per decenni sotto la guida di Paul Schaefer, ex medico delle SS morto all’età di 89 anni in carcere a Santiago, nell’aprile di quest’anno, arrestato e condannato nel 2005 per pedofilia.
TANTE VISITE - Anna Schnellenkamp, responsabile del turismo dell’area, che a Colonia Dignidad è nata, oggi è entusiasta: “Nei primi tre mesi abbiamo ricevuto 9mila visitatori”, dice. “Abbiamo avuto un passato complicato”, sottolinea ricostruendo la storia del luogo. Era il 1961 quando Schaefer fuggì dalla Germania. Con 300 compagni fondò una setta e si appropriò di 13mila ettari di terreno. Nacque così il villaggio. Che divenne ben presto una sorta di piccolo Terzo Reich andino. In quella zona dimenticata dal Cile e dalle sue infrastrutture, isolata, le coppie venivano separate, i bambini sottratti, quasi tutti ridotti in schiavitù. I pilastri della colonia sono stati la glorificazione del lavoro e l’eugenetica, il perfezionamento della specie umana attraverso selezioni artificiali operate tramite la promozione dei caratteri fisici e mentali ritenuti positivi. In perfetto stile nazista. Colonia Dignidad è stata un ottimo rifugio per i nazisti in fuga in Sud America. ha accolto anche Josef Mengele, il medico delle SS, famoso per i suoi esperimenti ad Auschwitz e il segretario personale di Hitler Martin Bormann. Dopo il golpe di Augusto Pinochet (11 settembre 1973), l’enclave tedesca divenne un centro di tortura della Dina, la polizia segreta del dittatore.
FAVOREVOLI E CONTRARI – Non mancano le polemiche per la conversione del villaggio: “E’ come se Auschwitz venisse trasformata in un centro turistico – denuncia l’avvocato Hernan Fernandez – Come si può crogiolarsi al sole in un luogo dove per anni bambini sono stati violentati torturati e uccisi?”. Nostalgia del nazismo? Fascino del male? Cosa motiva chi si reca a Villa Baviera, dove vivono ancora 160 coloni che non parlano una parola di spagnolo? Qualche turista spiega: “Volevo gustare le specialità tedesche. Ho trovato il sito su Internet. E’ tutto molto bello, l’atmosfera è molto “tedesca”…”. Sono prevalentemente cileni i turisti che arrivano. Ma anche tedeschi, olandesi e spagnoli. Una clientela varia. Molti dei reduci della colonia nazista che ancora viviono qui sono stati violentati sessualmente da Schaefer. Vittime. Ma anche complici, per Fernandez: “Hanno sacrificato i loro figli a Schaefer, hanno chiuso gli occhi davanti alle atrocità”. A villa Baviera sono impiegate 200 persone. Il villaggio è considerato una ricchezza da 100 milioni di euro. Le aziende sono in mano tedesca.
La fuga di Hitler
È forse lunico storico al mondo ad aver visitato e filmato lEstancia San Ramon, una grande fattoria della Patagonia argentina, ai piedi delle Ande, dove Adolf Hitler sarebbe vissuto negli anni Cinquanta. Alessandro De Felice ne è persuaso: «Il Führer non si suicidò affatto il 30 aprile 1945 nel bunker della Cancelleria del Reich, a Berlino, insieme a Eva Braun. Riuscì invece a fuggire in Sudamerica. Visse con lamante divenuta moglie in questa località impervia, raggiungibile solo in fuoristrada, a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche, la città soprannominata la Svizzera argentina in cui aveva trovato rifugio anche Erich Priebke, il capitano delle Ss condannato per leccidio delle Fosse Ardeatine. Da lì si spostò dopo qualche anno a Villa La Angostura, a Inalco, 85 chilometri da Bariloche.
Morì per unemorragia cerebrale il 13 febbraio 1962 o nel 1959, come sostiene il mio amico italo-scozzese Patrick Burnside, il maggiore esperto sulla permanenza di Hitler in Patagonia dopo il 1945».
Questo catanese di 47 anni non è uno storico qualsiasi. Il professor Renzo De Felice, considerato il massimo studioso del fascismo, era cugino di suo padre. «Mi considerava un nipote. Lho frequentato dal 1982 fino alla morte, avvenuta nel 1996. Era in cura da anni per unepatite C che aveva contratto in Israele. Andavo a trovarlo a Roma, nella sua casa di via Antonio Cesari, al Gianicolo, dove viveva con Attila, un boxer al quale era molto affezionato. Mi ha guidato nei miei studi».
De Felice junior sè laureato in storia contemporanea alla Cattolica di Milano, «con una tesi sulla scissione del Psi avvenuta a Palazzo Barberini nel 1947 per iniziativa di Giuseppe Saragat e sul ruolo dei servizi segreti americani nel finanziare la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani, poi divenuto Psdi, che portò allestromissione del Pci dal governo e alladesione dellItalia alla Nato». Era il 1990 e De Felice sognava una cattedra universitaria. Ma già lanno seguente capì che non avrebbe mai potuto aspirare alla stessa carriera accademica dellillustre parente: «Mi misi in contatto col professor Mauro Canali, allievo di Renzo De Felice e docente allUniversità di Camerino. Stava indagando sul vero motivo che portò alluccisione di Giacomo Matteotti. Il deputato socialista aveva scoperto le prove dello scandalo Sinclair oil, una storiaccia di tangenti che coinvolgeva il fascismo e Casa Savoia. Io sono amico del barone Marco Carnazza, nipote di Gabriello Carnazza, originario di Catania, che fu ministro dei Lavori pubblici dal 1922 al 1924 nel primo governo Mussolini. Fornii a Canali i documenti conservati nellarchivio del politico etneo. Carnazza era infatti un imprenditore legatissimo alla holding statunitense Rockefeller-Morgan, collegata alla Sinclair oil. Nel giugno 1925, un anno dopo il delitto Matteotti, la Morgan concesse allItalia fascista lapertura di una linea di credito da 50 milioni di dollari che fu fondamentale per la stabilizzazione della lira. Ebbene, consegnai al professor Canali il fascicolo originale dei Carnazza sullaffare Matteotti, pregandolo solo di citarmi. Ma lui nel volume edito dal Mulino si guardò bene dal farlo. Lì tutto mi fu chiaro. Come ci si fa strada negli atenei, intendo. Quando ambivo al dottorato di ricerca, mi fu obiettato: Lei legge troppi libri. In Italia non hanno mai indagato sulla tangentopoli della cultura, su come si assegnano le cattedre».
Per campare, De Felice ha conseguito nel 2008 allUniversità di Siena una seconda laurea, in medicina, ed è diventato un imprenditore nel ramo sanitario. Un vero peccato, perché il gene di famiglia per gli studi storici lha ereditato tutto intero, unitamente a una spiccata propensione investigativa. «Quando studiavo alla Cattolica a Milano, frequentavo la biblioteca della Fondazione Feltrinelli, dove spesso incontravo il senatore a vita Leo Valiani. Un giorno non resistetti, mi avvicinai e gli chiesi a bruciapelo: mi perdoni, lei che è stato nel Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, mi sa dire come fu ucciso il Duce? Valiani mi scrutò e poi rispose: La morte di Mussolini è un segreto che è meglio lasciar stare. Siccome insistevo per saperne di più, aggiunse una frase lapidaria: Gli inglesi hanno suonato la musica e il Pci è andato a tempo, con ciò confermando implicitamente che nella fucilazione del dittatore a Dongo giocò un ruolo fondamentale la preoccupazione britannica di non far trapelare nulla circa il famoso carteggio Churchill-Mussolini, che il capo del fascismo portava con sé quando fu catturato dai partigiani e che sparì senza lasciare traccia. Valiani mi raccomandò: Se lo tenga per sé. Alla prima occasione lo riferii invece a Renzo De Felice, che scosse la testa: Non posso scriverlo, perché non mi crederebbe nessuno. Ma io non mi sono arreso e sono partito da lì per unindagine sul carteggio Churchill-Mussolini che getta nuova luce anche sulla famosa querela sporta da Alcide De Gasperi contro Giovannino Guareschi, direttore del Candido, quella costata allinventore di don Camillo e Peppone 409 giorni di prigione. Ci lavoro da otto anni, presto pubblicherò un libro di 600 pagine».
Che cosa le fa credere che Hitler sia scappato in Patagonia?
«Io non delineo certezze. Pongo dubbi, che sono terreno fertile per coltivare il pensiero. Prima di andare a San Carlos de Bariloche, ero scettico sullipotesi della fuga del dittatore e di Eva Braun, sebbene il libro di sir Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler, non mi avesse affatto convinto. È questo testo il piedistallo storiografico su cui è stata fondata la tesi del duplice suicidio nel bunker di Berlino. Trevor-Roper lavorava per il Military Intelligence britannico e prendeva ordini dal primo ministro Winston Churchill, che voleva dare a tutti i costi allopinione pubblica mondiale il cadavere del mostro. Per dire della sua attendibilità, è lo stesso storico che nel 1983 autenticò i falsi diari attribuiti al Führer e pubblicati dal settimanale Stern. Trevor-Roper allepoca dirigeva la casa editrice del Times di Londra».
Il cadavere non era di Hitler?
«Improbabile. La perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l8 e l11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani, forse per salvarsi la faccia davanti alla storia. Due le particolarità anatomiche del tutto fasulle attribuite alla salma del dittatore: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante».
Soffriva di monorchidismo?
«Questo hanno voluto far credere. Ma i referti di tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale del Führer, il dottor Hugo Blaschke, arrestato dagli americani il 28 maggio 1945. E non poteva trattarsi di un errore di traduzione, perché il numero 15 figurava in caratteri latini».
Come si arrivò a quella che lei ritiene una messinscena?
«Non solo io. Il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso lhotel Raphael a Parigi, dichiarò: Le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte. Quando alla Conferenza di Potsdam, sempre nel 1945, il presidente americano Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini: No. E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o in Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale gli confermò la risposta. La circostanza venne riferita da Truman in una lettera alla moglie e da Byrnes nel suo libro di memorie Speaking Frankly. Anche il capo del collegio difensivo degli Stati Uniti al processo di Norimberga, Thomas Dodd, ammise: Nessuno può dire che Hitler sia morto».
Diamo per scontata la messinscena.
«Fra i cadaveri trovati nella Cancelleria del Reich i medici russi scelsero i due più carbonizzati, li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e della Braun. Il primo misurava 1,65 metri e il secondo 1,50. Ma Hitler da vivo era alto 1,73 e la sua amante 1,63. Difficile ipotizzare che il fuoco li avesse accorciati in modo così considerevole. Inoltre le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwin Giesing non collimano con le immagini ai raggi X mostrate dai sovietici. Non basta: i cadaveri, pur rinvenuti nello stesso luogo, risultavano bruciati in modo estremamente diverso e accanto a essi cerano le carcasse di due cani che però avevano conservato integra la loro pelliccia. Comè possibile?».
Tutte qui le prove del falso storico?
«I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti chi per 10 anni, chi per 15 anni e in questo lasso di tempo furono ripetutamente interrogati. Perché? Se la tesi di Trevor-Roper fosse stata vera, i russi non avrebbero continuato a cercare prove sulla morte di Hitler».
Che fine fecero i cadaveri dopo lautopsia?
«Cremati. Le ceneri furono disperse, come riportato a Mosca il 3 giugno 1945 da un rapporto del controspionaggio dellArmata rossa. Resta una porzione di calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso lArchivio di Stato della Federazione russa. Lanalisi effettuata dal professor Nick Bellantoni, archeologo dellUniversità del Connecticut specializzato in ossa umane, ha dimostrato con lesame del Dna come il reperto appartenga in realtà a un cranio femminile, che però non centra nulla neppure con Eva Braun. Rimarrebbe la dentatura, custodita nellarchivio della Lubianka. Ma le autorità russe hanno posto il veto sullanalisi genetica. Il mio amico Patrick Burnside, invitato a Mosca due anni orsono, chiese in diretta tv di poter confrontare il Dna mitocondriale della presunta mandibola di Hitler col Dna dei resti di Paula Hitler, sorella di Adolf, morta il 1° giugno 1960 e sepolta a Berchtesgaden, e di Klara Pölzl, la madre del dittatore, deceduta a Linz il 21 dicembre 1907. Burnside si disse pronto a pagare lui stesso il test per lanalisi comparativa dei vari Dna. Il governo russo non gli ha mai risposto».
Mi parli di questo Burnside e di come siete diventati amici.
«È un imprenditore e un saggista investigativo, nato nel 1948 a Genova, che da giovane ha vissuto nel Sud Tirolo. Oggi abita a San Carlos de Bariloche, dove cè ancora il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. Lho conosciuto durante il mio viaggio in Argentina. A presentarmelo è stato Jörg-Dieter Priebke, proprietario di una clinica veterinaria».
Parente del novantottenne Erich, agli arresti domiciliari a Roma per il massacro delle Ardeatine?
«Figlio. Ma io col padre ho avuto solo un contatto telefonico piuttosto freddo».
Continui.
«Burnside in Alto Adige conobbe padre Cornelius Sicher, fino al 1970 parroco di Monclassico, vicino al Passo della Mendola. Durante la prima guerra mondiale, questo prete aveva stretto amicizia con lammiraglio Wilhelm Canaris, allora comandante di un sommergibile U-boot di stanza a Cattaro, provincia dalmata dellImpero austro-ungarico. Canaris, che aveva salvato la vita a padre Sicher, con lavvento del nazismo era stato nominato capo dellAbwehr, il servizio segreto militare tedesco. Fu strangolato dalla Gestapo per il suo coinvolgimento nel fallito attentato del 1944 a Hitler. I due continuarono a vedersi fino al 1943. E durante uno dei loro incontri Canaris confidò al sacerdote: Mi ero preparato una via di fuga verso la Patagonia. Ma penso che ne usufruirà qualcun altro. Si riferiva a Hitler».
Che ne sapeva Canaris della Patagonia?
«Nel 1914 aveva combattuto nella battaglia delle Falkland contro la Royal Navy britannica. Catturato dagli inglesi, era riuscito a evadere da un campo di prigionia in Cile e aveva attraversato a piedi le Ande, raggiungendo lArgentina, da dove simbarcò per tornare in Germania. Fu durante quella fuga che simbatté nellEstancia San Ramon, di proprietà del barone tedesco Ludwig von Bülow. E decise che poteva diventare il covo ideale in cui sparire dal mondo».
Lei lha visitata.
«Sì, spacciandomi per un agente immobiliare. È unoasi solitaria, ancora gestita da una fondazione svizzero-tedesca con gli stessi criteri autarchici degli anni Venti, quando Christian Lahusen ne fece una fiorente azienda per la produzione di lana, pellami, frutta, legname, cereali e tannino».
Erich Priebke sapeva che il Führer aveva trovato rifugio a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche?
«Secondo me, no. E neppure Adolf Eichmann lo sapeva. Ogni criminale nazista poteva contare su coperture a compartimenti stagni. Il figlio di Priebke mi ha raccontato daver lavorato alla Mercedes Benz di Buenos Aires, dove aveva come capo proprio Eichmann. Ma lui scoprì la sua vera identità solo dopo che gli agenti del Mossad rapirono lex comandante delle Ss, trasferendolo in Israele, dove fu processato e impiccato. Senzaltro erano a conoscenza della presenza di Hitler a Bariloche altri due criminali nazisti fuggiti dal bunker berlinese e cioè Heinrich Müller, comandante della Gestapo, e Martin Bormann, segretario personale del Führer, il quale, stando a un rapporto della Cia, era diventato fin dal 1943 una spia del Kgb sovietico».
Addirittura.
«Ha mai sentito parlare dellOperazione James Bond?».
Vagamente.
«Fu un commando dellintelligence navale britannica agli ordini di Ian Fleming, che nel 1952 diventerà famoso come autore dei romanzi dellagente 007, a trarre in salvo Bormann dalle macerie fumanti di Berlino. Loperazione venne alla luce solo nel 1996 e finora nessuna autorità del Regno Unito lha mai smentita. Bormann sarebbe stato protetto in quanto detentore dei conti bancari cifrati delle vittime del nazismo in Europa nonché delle informazioni sullavanzatissima tecnologia missilistica del Terzo Reich. I rapporti di Cia e Fbi in mio possesso dimostrano che John Edgar Hoover, il potente capo del Federal bureau of investigation, sguinzagliò i suoi agenti in Sudamerica perché non aveva creduto alla farsa del suicidio di Hitler e del falò wagneriano della salma nel cortile della Cancelleria». (Mi mostra uninformativa dellFbi, datata 21 settembre 1945, che parla dellaiuto fornito da funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascostosi ai piedi delle Ande). «In una nota secret classification della Cia, inviata dalla Colombia il 3 ottobre 1955, un agente scriveva: Aldoph Hitler is still alive, è ancora vivo».
Hitler arrivò fin laggiù in aereo?
«No. E posso dirlo perché il mio amico Burnside è figlio di uno degli ufficiali piloti inglobati nella Luftwaffe che dal 28 al 30 aprile 1945 assicurarono un corridoio aereo libero fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Adolf ed Eva, bensì la partenza su uno Junkers Ju 52, oppure un Arado 234 B, dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German imperial Zeppelin base di Tønder, in territorio danese. Da quel punto in avanti si fanno due ipotesi: la partenza in sommergibile verso il Sudamerica oppure un volo verso Reus, base militare spagnola nei pressi di Barcellona, e poi da Reus alla volta delle Isole Canarie, con sosta a Morón de la Frontera, vicino a Siviglia, per rifornirsi di carburante. È il 29 aprile 1945. Con Hitler vi sono la sua amante e il cognato Hermann Fegelein, che aveva sposato Gretl Braun, sorella di Eva, sebbene la storiografia ufficiale lo dia per fucilato su ordine del Führer. E persino la fedele cagna Blondi. Allarrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia. Il sommergibile, anzi lelettrosommergibile, su cui si sarebbe imbarcato Hitler apparteneva alla classe XXI, dotato di attrezzature straordinarie. La presenza in Sudamerica di almeno tre sommergibili tedeschi è avvalorata dal fatto che il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò in una base navale di Mar del Plata».
Ma quali prove ha per supportare questa rocambolesca ricostruzione?
«Le mie fonti sono varie. Tra esse vi è Jeff Kristenssen, alias capitano Manuel Monasterio, che cita Heinrich Bethe, alias Pablo Glocknick, alias Juan Paulovsky, un ufficiale dellintelligence tedesca di stanza in Argentina sin dal 1939, il quale insieme col medico personale del Führer, il dottor Otto Lehmann, fu accanto al dittatore fino allultimo. Secondo Bethe, Hitler sarebbe morto alle ore 15 del 13 febbraio 1962 in una località imprecisata della Patagonia argentina. Era entrato in coma tre ore prima. Burnside non è di questo avviso. A Bariloche ho interrogato anche Abel Basti, giornalista-investigativo, il quale mi ha confermato che nel 1945, tra luglio e agosto, Hitler, accompagnato da non più di sette persone, inclusa Eva Braun, giunse a bordo di un sommergibile tedesco, scortato da altri due, nella baia di Caleta de Los Loros. Infine Burnside mi ha rivelato che a Buenos Aires riuscì ad avvicinare il portavoce di Goebbels nel periodo doro del Terzo Reich, Wilfred von Owen, deceduto nella capitale argentina a 96 anni, nel 2008, il quale gli confermò lapprodo in Argentina di cinque sommergibili tedeschi dopo la fine della guerra».
Del matrimonio di Hitler che si sa?
«Hitler ed Eva Braun si sarebbero sposati con rito cattolico nella cappella dellEstancia San Ramon dopo lagosto del 1945. Il matrimonio nel bunker di Berlino, avvenuto il 29 aprile 1945, avrebbe invece riguardato i sosia di Hitler e della Braun: Gustav Weber, una delle due controfigure delle quali il dittatore disponeva, e una donna sconosciuta».
Il Führer ebbe figli?
«Il primo fu Helmut, nato nel 1935, ufficialmente da Joseph Goebbels e Magda Rietschel, moglie del ministro della Propaganda nazista. In realtà Helmut sarebbe stato il frutto di un tradimento coniugale consumato da Magda con Hitler durante una vacanza sul Baltico. Prima di suicidarsi, i coniugi Goebbels lo avvelenarono insieme con le sorelline Helga, 12 anni, Hilde, 11, Holde, 8, Hedde, 6, e Heidi, 4. Poi ci sarebbe Gisela Hoser, o Heuser, nata nel 1937 dallatleta tedesca Ottilie Fleischer, detta Tilly: Hitler mise incinta la Fleischer dopo le Olimpiadi berlinesi del 1936. La fonte di questa notizia è Bethe. Il dittatore avrebbe avuto anche una seconda figlia, Ursula, detta Uschi, nata ufficialmente a Capodanno del 1939 in Italia, a Sanremo, da Eva Braun. La gravidanza fu occultata perché Hitler riteneva che il suo ascendente sul popolo tedesco sarebbe scemato qualora non si fosse mostrato totalmente dedito ai destini della Germania. Uschi arrivò allEstancia San Ramon nel settembre 1945, proveniente dalla Spagna, via Buenos Aires, tramite Hermann Fegelein. Una terza figlia di Hitler e della Braun sarebbe nata morta nel 1943. August Schullten, ginecologo di Monaco di Baviera che aveva seguito la gravidanza, perì in un incidente dauto quello stesso anno. Nel marzo 1945 lamante di Hitler concepì un altro figlio. Era già incinta durante la fuga verso la Patagonia. Burnside mi ha confermato che in Argentina sarebbero vissute due figlie di Hitler. Una di loro durante gli anni della dittatura del generale Jorge Videla si presentò al consolato tedesco di Buenos Aires per chiedere dessere aiutata a espatriare in Sudafrica. Al funzionario che le aveva spiegato di non poter fare nulla per lei, disse: Ma io sono la figlia di Hitler».
Eva Braun che fine fece?
«Dalla fine degli anni Sessanta se ne perdono le tracce».
Perché i suoi studi si sono concentrati proprio sulla figura del Führer?
«Perché la ritengo centrale nella geopolitica mondiale. La Germania aveva una visione di grande respiro, basta visitare Berlino per rendersene conto. Il lascito peggiore della Resistenza è stato quello daver irrimediabilmente condannato lItalia a una dimensione provinciale della storia. Siamo ancora fermi alle categorie fascismo e antifascismo, mentre nella seconda guerra mondiale erano in gioco interessi che travalicavano laspetto ideologico. Crediamo che la Gran Bretagna sia intervenuta nel conflitto per ridare la libertà allEuropa, senza renderci conto che per tre secoli lunica preoccupazione del Regno Unito è stata la salvaguardia delle rotte marittime verso le colonie da cui importava le merci che venivano rivendute al mondo intero a prezzi quadruplicati».
Ma lei è un nostalgico?
«No. Destra e sinistra dal mio punto di vista non hanno alcun significato, le considero categorie vuote. Per me il fascismo fu un fenomeno di sinistra, totalitario, uneresia comunista. Lunico Pci che abbiamo avuto in Italia è stato il Partito fascista repubblicano durante la Rsi. Vedo un filo rosso che lega il giacobinismo della rivoluzione francese sia al comunismo che al fascismo e al nazionalsocialismo».
Allora come si definirebbe?
«Uno studioso solitario chiuso nella sua utopia incomunicabile. Dal greco ou tópos, nonluogo. Quindi uno storico fuori luogo».
Da dove parte uno storico?
«Dai documenti. Che però, da soli, non parlano mai. Bisogna essere capaci di farli parlare. E dalle testimonianze orali. Io sono andato a cercarle a spese mie. La rivoluzione culturale in Italia comincerà quando i professori universitari apriranno una partita Iva per rilasciare le fatture e i loro studi storici se li pubblicheranno e se li venderanno da soli, online o su carta, come faccio io. Purtroppo la civiltà dellimmagine ha affossato la ricerca delle fonti: tu puoi scrivere chilometri di fatti, come accadde durante la prima guerra del Golfo, poi arriva il filmato di un cormorano incatramato di petrolio e li spazza via in un baleno. La Tv è una gomma: cancella tutto. Stimola lemotività, non la razionalità».
Ma che importanza ha stabilire se Hitler si suicidò oppure no? A questora è comunque morto.
«Non saprei. Però attesterebbe ciò che è sotto gli occhi di tutti, credo: sulla seconda guerra mondiale, più andiamo avanti e meno ne sappiamo».
Questo catanese di 47 anni non è uno storico qualsiasi. Il professor Renzo De Felice, considerato il massimo studioso del fascismo, era cugino di suo padre. «Mi considerava un nipote. Lho frequentato dal 1982 fino alla morte, avvenuta nel 1996. Era in cura da anni per unepatite C che aveva contratto in Israele. Andavo a trovarlo a Roma, nella sua casa di via Antonio Cesari, al Gianicolo, dove viveva con Attila, un boxer al quale era molto affezionato. Mi ha guidato nei miei studi».
De Felice junior sè laureato in storia contemporanea alla Cattolica di Milano, «con una tesi sulla scissione del Psi avvenuta a Palazzo Barberini nel 1947 per iniziativa di Giuseppe Saragat e sul ruolo dei servizi segreti americani nel finanziare la nascita del Partito socialista dei lavoratori italiani, poi divenuto Psdi, che portò allestromissione del Pci dal governo e alladesione dellItalia alla Nato». Era il 1990 e De Felice sognava una cattedra universitaria. Ma già lanno seguente capì che non avrebbe mai potuto aspirare alla stessa carriera accademica dellillustre parente: «Mi misi in contatto col professor Mauro Canali, allievo di Renzo De Felice e docente allUniversità di Camerino. Stava indagando sul vero motivo che portò alluccisione di Giacomo Matteotti. Il deputato socialista aveva scoperto le prove dello scandalo Sinclair oil, una storiaccia di tangenti che coinvolgeva il fascismo e Casa Savoia. Io sono amico del barone Marco Carnazza, nipote di Gabriello Carnazza, originario di Catania, che fu ministro dei Lavori pubblici dal 1922 al 1924 nel primo governo Mussolini. Fornii a Canali i documenti conservati nellarchivio del politico etneo. Carnazza era infatti un imprenditore legatissimo alla holding statunitense Rockefeller-Morgan, collegata alla Sinclair oil. Nel giugno 1925, un anno dopo il delitto Matteotti, la Morgan concesse allItalia fascista lapertura di una linea di credito da 50 milioni di dollari che fu fondamentale per la stabilizzazione della lira. Ebbene, consegnai al professor Canali il fascicolo originale dei Carnazza sullaffare Matteotti, pregandolo solo di citarmi. Ma lui nel volume edito dal Mulino si guardò bene dal farlo. Lì tutto mi fu chiaro. Come ci si fa strada negli atenei, intendo. Quando ambivo al dottorato di ricerca, mi fu obiettato: Lei legge troppi libri. In Italia non hanno mai indagato sulla tangentopoli della cultura, su come si assegnano le cattedre».
Per campare, De Felice ha conseguito nel 2008 allUniversità di Siena una seconda laurea, in medicina, ed è diventato un imprenditore nel ramo sanitario. Un vero peccato, perché il gene di famiglia per gli studi storici lha ereditato tutto intero, unitamente a una spiccata propensione investigativa. «Quando studiavo alla Cattolica a Milano, frequentavo la biblioteca della Fondazione Feltrinelli, dove spesso incontravo il senatore a vita Leo Valiani. Un giorno non resistetti, mi avvicinai e gli chiesi a bruciapelo: mi perdoni, lei che è stato nel Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, mi sa dire come fu ucciso il Duce? Valiani mi scrutò e poi rispose: La morte di Mussolini è un segreto che è meglio lasciar stare. Siccome insistevo per saperne di più, aggiunse una frase lapidaria: Gli inglesi hanno suonato la musica e il Pci è andato a tempo, con ciò confermando implicitamente che nella fucilazione del dittatore a Dongo giocò un ruolo fondamentale la preoccupazione britannica di non far trapelare nulla circa il famoso carteggio Churchill-Mussolini, che il capo del fascismo portava con sé quando fu catturato dai partigiani e che sparì senza lasciare traccia. Valiani mi raccomandò: Se lo tenga per sé. Alla prima occasione lo riferii invece a Renzo De Felice, che scosse la testa: Non posso scriverlo, perché non mi crederebbe nessuno. Ma io non mi sono arreso e sono partito da lì per unindagine sul carteggio Churchill-Mussolini che getta nuova luce anche sulla famosa querela sporta da Alcide De Gasperi contro Giovannino Guareschi, direttore del Candido, quella costata allinventore di don Camillo e Peppone 409 giorni di prigione. Ci lavoro da otto anni, presto pubblicherò un libro di 600 pagine».
Che cosa le fa credere che Hitler sia scappato in Patagonia?
«Io non delineo certezze. Pongo dubbi, che sono terreno fertile per coltivare il pensiero. Prima di andare a San Carlos de Bariloche, ero scettico sullipotesi della fuga del dittatore e di Eva Braun, sebbene il libro di sir Hugh Trevor-Roper, Gli ultimi giorni di Hitler, non mi avesse affatto convinto. È questo testo il piedistallo storiografico su cui è stata fondata la tesi del duplice suicidio nel bunker di Berlino. Trevor-Roper lavorava per il Military Intelligence britannico e prendeva ordini dal primo ministro Winston Churchill, che voleva dare a tutti i costi allopinione pubblica mondiale il cadavere del mostro. Per dire della sua attendibilità, è lo stesso storico che nel 1983 autenticò i falsi diari attribuiti al Führer e pubblicati dal settimanale Stern. Trevor-Roper allepoca dirigeva la casa editrice del Times di Londra».
Il cadavere non era di Hitler?
«Improbabile. La perizia necroscopica, effettuata dai medici sovietici tra l8 e l11 maggio 1945 nella clinica di Buch, alla periferia di Berlino, è un colossale falso storico-scientifico. Nella relazione finale il tenente colonnello Faust Chkaravski e i suoi tre assistenti annotarono, di proposito, alcuni errori grossolani, forse per salvarsi la faccia davanti alla storia. Due le particolarità anatomiche del tutto fasulle attribuite alla salma del dittatore: un dente in sovrannumero e un testicolo mancante».
Soffriva di monorchidismo?
«Questo hanno voluto far credere. Ma i referti di tre medici tedeschi che avevano visitato Hitler completamente nudo negli ultimi 12 anni attestavano che i suoi organi genitali erano normali. Quanto alla presenza di un quindicesimo dente nella mascella inferiore, essa contrasta con la precisa testimonianza del dentista personale del Führer, il dottor Hugo Blaschke, arrestato dagli americani il 28 maggio 1945. E non poteva trattarsi di un errore di traduzione, perché il numero 15 figurava in caratteri latini».
Come si arrivò a quella che lei ritiene una messinscena?
«Non solo io. Il 15 giugno 1945 il generale Dwight Eisenhower, nel corso di una conferenza stampa presso lhotel Raphael a Parigi, dichiarò: Le ricerche sovietiche non hanno trovato tracce di resti di Hitler, né la prova positiva della sua morte. Quando alla Conferenza di Potsdam, sempre nel 1945, il presidente americano Harry Truman chiese a Stalin se Hitler fosse morto, il dittatore sovietico rispose senza mezzi termini: No. E aggiunse che i gerarchi nazisti erano fuggiti in sommergibile in Spagna o in Argentina. Il segretario di Stato, James Byrnes, per accertarsi che Truman non avesse capito male, dopo il brindisi ufficiale prese in disparte Stalin, il quale gli confermò la risposta. La circostanza venne riferita da Truman in una lettera alla moglie e da Byrnes nel suo libro di memorie Speaking Frankly. Anche il capo del collegio difensivo degli Stati Uniti al processo di Norimberga, Thomas Dodd, ammise: Nessuno può dire che Hitler sia morto».
Diamo per scontata la messinscena.
«Fra i cadaveri trovati nella Cancelleria del Reich i medici russi scelsero i due più carbonizzati, li contrassegnarono con i numeri 12 e 13 e dissero che erano quelli di Hitler e della Braun. Il primo misurava 1,65 metri e il secondo 1,50. Ma Hitler da vivo era alto 1,73 e la sua amante 1,63. Difficile ipotizzare che il fuoco li avesse accorciati in modo così considerevole. Inoltre le radiografie eseguite su Hitler nel 1944 dal dottor Erwin Giesing non collimano con le immagini ai raggi X mostrate dai sovietici. Non basta: i cadaveri, pur rinvenuti nello stesso luogo, risultavano bruciati in modo estremamente diverso e accanto a essi cerano le carcasse di due cani che però avevano conservato integra la loro pelliccia. Comè possibile?».
Tutte qui le prove del falso storico?
«I testimoni tedeschi presenti nel bunker furono trattenuti chi per 10 anni, chi per 15 anni e in questo lasso di tempo furono ripetutamente interrogati. Perché? Se la tesi di Trevor-Roper fosse stata vera, i russi non avrebbero continuato a cercare prove sulla morte di Hitler».
Che fine fecero i cadaveri dopo lautopsia?
«Cremati. Le ceneri furono disperse, come riportato a Mosca il 3 giugno 1945 da un rapporto del controspionaggio dellArmata rossa. Resta una porzione di calotta cranica attribuita a Hitler e conservata presso lArchivio di Stato della Federazione russa. Lanalisi effettuata dal professor Nick Bellantoni, archeologo dellUniversità del Connecticut specializzato in ossa umane, ha dimostrato con lesame del Dna come il reperto appartenga in realtà a un cranio femminile, che però non centra nulla neppure con Eva Braun. Rimarrebbe la dentatura, custodita nellarchivio della Lubianka. Ma le autorità russe hanno posto il veto sullanalisi genetica. Il mio amico Patrick Burnside, invitato a Mosca due anni orsono, chiese in diretta tv di poter confrontare il Dna mitocondriale della presunta mandibola di Hitler col Dna dei resti di Paula Hitler, sorella di Adolf, morta il 1° giugno 1960 e sepolta a Berchtesgaden, e di Klara Pölzl, la madre del dittatore, deceduta a Linz il 21 dicembre 1907. Burnside si disse pronto a pagare lui stesso il test per lanalisi comparativa dei vari Dna. Il governo russo non gli ha mai risposto».
Mi parli di questo Burnside e di come siete diventati amici.
«È un imprenditore e un saggista investigativo, nato nel 1948 a Genova, che da giovane ha vissuto nel Sud Tirolo. Oggi abita a San Carlos de Bariloche, dove cè ancora il Club Andino, un ritrovo di tedeschi. Lho conosciuto durante il mio viaggio in Argentina. A presentarmelo è stato Jörg-Dieter Priebke, proprietario di una clinica veterinaria».
Parente del novantottenne Erich, agli arresti domiciliari a Roma per il massacro delle Ardeatine?
«Figlio. Ma io col padre ho avuto solo un contatto telefonico piuttosto freddo».
Continui.
«Burnside in Alto Adige conobbe padre Cornelius Sicher, fino al 1970 parroco di Monclassico, vicino al Passo della Mendola. Durante la prima guerra mondiale, questo prete aveva stretto amicizia con lammiraglio Wilhelm Canaris, allora comandante di un sommergibile U-boot di stanza a Cattaro, provincia dalmata dellImpero austro-ungarico. Canaris, che aveva salvato la vita a padre Sicher, con lavvento del nazismo era stato nominato capo dellAbwehr, il servizio segreto militare tedesco. Fu strangolato dalla Gestapo per il suo coinvolgimento nel fallito attentato del 1944 a Hitler. I due continuarono a vedersi fino al 1943. E durante uno dei loro incontri Canaris confidò al sacerdote: Mi ero preparato una via di fuga verso la Patagonia. Ma penso che ne usufruirà qualcun altro. Si riferiva a Hitler».
Che ne sapeva Canaris della Patagonia?
«Nel 1914 aveva combattuto nella battaglia delle Falkland contro la Royal Navy britannica. Catturato dagli inglesi, era riuscito a evadere da un campo di prigionia in Cile e aveva attraversato a piedi le Ande, raggiungendo lArgentina, da dove simbarcò per tornare in Germania. Fu durante quella fuga che simbatté nellEstancia San Ramon, di proprietà del barone tedesco Ludwig von Bülow. E decise che poteva diventare il covo ideale in cui sparire dal mondo».
Lei lha visitata.
«Sì, spacciandomi per un agente immobiliare. È unoasi solitaria, ancora gestita da una fondazione svizzero-tedesca con gli stessi criteri autarchici degli anni Venti, quando Christian Lahusen ne fece una fiorente azienda per la produzione di lana, pellami, frutta, legname, cereali e tannino».
Erich Priebke sapeva che il Führer aveva trovato rifugio a una quarantina di chilometri da San Carlos de Bariloche?
«Secondo me, no. E neppure Adolf Eichmann lo sapeva. Ogni criminale nazista poteva contare su coperture a compartimenti stagni. Il figlio di Priebke mi ha raccontato daver lavorato alla Mercedes Benz di Buenos Aires, dove aveva come capo proprio Eichmann. Ma lui scoprì la sua vera identità solo dopo che gli agenti del Mossad rapirono lex comandante delle Ss, trasferendolo in Israele, dove fu processato e impiccato. Senzaltro erano a conoscenza della presenza di Hitler a Bariloche altri due criminali nazisti fuggiti dal bunker berlinese e cioè Heinrich Müller, comandante della Gestapo, e Martin Bormann, segretario personale del Führer, il quale, stando a un rapporto della Cia, era diventato fin dal 1943 una spia del Kgb sovietico».
Addirittura.
«Ha mai sentito parlare dellOperazione James Bond?».
Vagamente.
«Fu un commando dellintelligence navale britannica agli ordini di Ian Fleming, che nel 1952 diventerà famoso come autore dei romanzi dellagente 007, a trarre in salvo Bormann dalle macerie fumanti di Berlino. Loperazione venne alla luce solo nel 1996 e finora nessuna autorità del Regno Unito lha mai smentita. Bormann sarebbe stato protetto in quanto detentore dei conti bancari cifrati delle vittime del nazismo in Europa nonché delle informazioni sullavanzatissima tecnologia missilistica del Terzo Reich. I rapporti di Cia e Fbi in mio possesso dimostrano che John Edgar Hoover, il potente capo del Federal bureau of investigation, sguinzagliò i suoi agenti in Sudamerica perché non aveva creduto alla farsa del suicidio di Hitler e del falò wagneriano della salma nel cortile della Cancelleria». (Mi mostra uninformativa dellFbi, datata 21 settembre 1945, che parla dellaiuto fornito da funzionari argentini a Hitler, sbarcato da un sottomarino e nascostosi ai piedi delle Ande). «In una nota secret classification della Cia, inviata dalla Colombia il 3 ottobre 1955, un agente scriveva: Aldoph Hitler is still alive, è ancora vivo».
Hitler arrivò fin laggiù in aereo?
«No. E posso dirlo perché il mio amico Burnside è figlio di uno degli ufficiali piloti inglobati nella Luftwaffe che dal 28 al 30 aprile 1945 assicurarono un corridoio aereo libero fra Berlino e la Danimarca per la fuga di Hitler. Il 28 aprile 1945 non vi fu alcun matrimonio nel bunker tra Adolf ed Eva, bensì la partenza su uno Junkers Ju 52, oppure un Arado 234 B, dalla pista di Hohenzollerndamm, con atterraggio nella German imperial Zeppelin base di Tønder, in territorio danese. Da quel punto in avanti si fanno due ipotesi: la partenza in sommergibile verso il Sudamerica oppure un volo verso Reus, base militare spagnola nei pressi di Barcellona, e poi da Reus alla volta delle Isole Canarie, con sosta a Morón de la Frontera, vicino a Siviglia, per rifornirsi di carburante. È il 29 aprile 1945. Con Hitler vi sono la sua amante e il cognato Hermann Fegelein, che aveva sposato Gretl Braun, sorella di Eva, sebbene la storiografia ufficiale lo dia per fucilato su ordine del Führer. E persino la fedele cagna Blondi. Allarrivo nella base nazista di Villa Winter, a Fuerteventura, vi era ad attenderli un U-boot per il trasferimento in Patagonia. Il sommergibile, anzi lelettrosommergibile, su cui si sarebbe imbarcato Hitler apparteneva alla classe XXI, dotato di attrezzature straordinarie. La presenza in Sudamerica di almeno tre sommergibili tedeschi è avvalorata dal fatto che il 10 luglio 1945 un sommergibile U-530 si consegnò in una base navale di Mar del Plata».
Ma quali prove ha per supportare questa rocambolesca ricostruzione?
«Le mie fonti sono varie. Tra esse vi è Jeff Kristenssen, alias capitano Manuel Monasterio, che cita Heinrich Bethe, alias Pablo Glocknick, alias Juan Paulovsky, un ufficiale dellintelligence tedesca di stanza in Argentina sin dal 1939, il quale insieme col medico personale del Führer, il dottor Otto Lehmann, fu accanto al dittatore fino allultimo. Secondo Bethe, Hitler sarebbe morto alle ore 15 del 13 febbraio 1962 in una località imprecisata della Patagonia argentina. Era entrato in coma tre ore prima. Burnside non è di questo avviso. A Bariloche ho interrogato anche Abel Basti, giornalista-investigativo, il quale mi ha confermato che nel 1945, tra luglio e agosto, Hitler, accompagnato da non più di sette persone, inclusa Eva Braun, giunse a bordo di un sommergibile tedesco, scortato da altri due, nella baia di Caleta de Los Loros. Infine Burnside mi ha rivelato che a Buenos Aires riuscì ad avvicinare il portavoce di Goebbels nel periodo doro del Terzo Reich, Wilfred von Owen, deceduto nella capitale argentina a 96 anni, nel 2008, il quale gli confermò lapprodo in Argentina di cinque sommergibili tedeschi dopo la fine della guerra».
Del matrimonio di Hitler che si sa?
«Hitler ed Eva Braun si sarebbero sposati con rito cattolico nella cappella dellEstancia San Ramon dopo lagosto del 1945. Il matrimonio nel bunker di Berlino, avvenuto il 29 aprile 1945, avrebbe invece riguardato i sosia di Hitler e della Braun: Gustav Weber, una delle due controfigure delle quali il dittatore disponeva, e una donna sconosciuta».
Il Führer ebbe figli?
«Il primo fu Helmut, nato nel 1935, ufficialmente da Joseph Goebbels e Magda Rietschel, moglie del ministro della Propaganda nazista. In realtà Helmut sarebbe stato il frutto di un tradimento coniugale consumato da Magda con Hitler durante una vacanza sul Baltico. Prima di suicidarsi, i coniugi Goebbels lo avvelenarono insieme con le sorelline Helga, 12 anni, Hilde, 11, Holde, 8, Hedde, 6, e Heidi, 4. Poi ci sarebbe Gisela Hoser, o Heuser, nata nel 1937 dallatleta tedesca Ottilie Fleischer, detta Tilly: Hitler mise incinta la Fleischer dopo le Olimpiadi berlinesi del 1936. La fonte di questa notizia è Bethe. Il dittatore avrebbe avuto anche una seconda figlia, Ursula, detta Uschi, nata ufficialmente a Capodanno del 1939 in Italia, a Sanremo, da Eva Braun. La gravidanza fu occultata perché Hitler riteneva che il suo ascendente sul popolo tedesco sarebbe scemato qualora non si fosse mostrato totalmente dedito ai destini della Germania. Uschi arrivò allEstancia San Ramon nel settembre 1945, proveniente dalla Spagna, via Buenos Aires, tramite Hermann Fegelein. Una terza figlia di Hitler e della Braun sarebbe nata morta nel 1943. August Schullten, ginecologo di Monaco di Baviera che aveva seguito la gravidanza, perì in un incidente dauto quello stesso anno. Nel marzo 1945 lamante di Hitler concepì un altro figlio. Era già incinta durante la fuga verso la Patagonia. Burnside mi ha confermato che in Argentina sarebbero vissute due figlie di Hitler. Una di loro durante gli anni della dittatura del generale Jorge Videla si presentò al consolato tedesco di Buenos Aires per chiedere dessere aiutata a espatriare in Sudafrica. Al funzionario che le aveva spiegato di non poter fare nulla per lei, disse: Ma io sono la figlia di Hitler».
Eva Braun che fine fece?
«Dalla fine degli anni Sessanta se ne perdono le tracce».
Perché i suoi studi si sono concentrati proprio sulla figura del Führer?
«Perché la ritengo centrale nella geopolitica mondiale. La Germania aveva una visione di grande respiro, basta visitare Berlino per rendersene conto. Il lascito peggiore della Resistenza è stato quello daver irrimediabilmente condannato lItalia a una dimensione provinciale della storia. Siamo ancora fermi alle categorie fascismo e antifascismo, mentre nella seconda guerra mondiale erano in gioco interessi che travalicavano laspetto ideologico. Crediamo che la Gran Bretagna sia intervenuta nel conflitto per ridare la libertà allEuropa, senza renderci conto che per tre secoli lunica preoccupazione del Regno Unito è stata la salvaguardia delle rotte marittime verso le colonie da cui importava le merci che venivano rivendute al mondo intero a prezzi quadruplicati».
Ma lei è un nostalgico?
«No. Destra e sinistra dal mio punto di vista non hanno alcun significato, le considero categorie vuote. Per me il fascismo fu un fenomeno di sinistra, totalitario, uneresia comunista. Lunico Pci che abbiamo avuto in Italia è stato il Partito fascista repubblicano durante la Rsi. Vedo un filo rosso che lega il giacobinismo della rivoluzione francese sia al comunismo che al fascismo e al nazionalsocialismo».
Allora come si definirebbe?
«Uno studioso solitario chiuso nella sua utopia incomunicabile. Dal greco ou tópos, nonluogo. Quindi uno storico fuori luogo».
Da dove parte uno storico?
«Dai documenti. Che però, da soli, non parlano mai. Bisogna essere capaci di farli parlare. E dalle testimonianze orali. Io sono andato a cercarle a spese mie. La rivoluzione culturale in Italia comincerà quando i professori universitari apriranno una partita Iva per rilasciare le fatture e i loro studi storici se li pubblicheranno e se li venderanno da soli, online o su carta, come faccio io. Purtroppo la civiltà dellimmagine ha affossato la ricerca delle fonti: tu puoi scrivere chilometri di fatti, come accadde durante la prima guerra del Golfo, poi arriva il filmato di un cormorano incatramato di petrolio e li spazza via in un baleno. La Tv è una gomma: cancella tutto. Stimola lemotività, non la razionalità».
Ma che importanza ha stabilire se Hitler si suicidò oppure no? A questora è comunque morto.
«Non saprei. Però attesterebbe ciò che è sotto gli occhi di tutti, credo: sulla seconda guerra mondiale, più andiamo avanti e meno ne sappiamo».
giovedì 10 luglio 2014
I Foo Fighters
La definizione UFO sarebbe stata coniata nel 1947 ma già durante la seconda guerra mondiale circolavano notizie di misteriose sfere volanti luminose segnalate un po' dovunque. Questi avvistamenti, che sui giornali passavano in secondo piano rispetto alle vicende del conflitto, avvenivano sia di notte che in pieno giorno, ed erano state segnalate dai piloti americani, dagli inglesi ma anche dai loro nemici giapponesi e tedeschi. Gli oggetti, battezzati dagli aviatori americani "foo-fighters", cioè "caccia infuocati", dimostravano caratteristiche assai superiori a quelle dei loro velivoli. Le credenziali degli osservatori fanno escludere, per la maggioranza dei casi, qualunque spiegazione di ordine naturale; al contrario, sebbene certi aspetti del fenomeno sembrino sfidare la logica, i dati e le testimonianze permettono di inserire simili avvistamenti in una indiscutibile realtà fisica, con precisi e comuni caratteristiche.
Erano corpi volanti di dimensioni generalmente modeste, in genere sferici, spesso irradianti una luminescenza diffusa di colore arancione che a tratti, però, poteva anche assumere dei toni varianti dall'arancione vivo al rosso, e poi al bianco, per riprendere la tipica colorazione giallo-arancione. I testimoni oculari concordavano: gli oggetti avevano una condotta intelligente e sembravano non avere atteggiamenti offensivi, ma diversi rapporti sottolineavano spesso la possibilità che questi apparecchi, più che pilotati, fossero comandati a distanza. La loro forma era, invariabilmente, sferica o sferoidale, ed erano silenziosi.
Avvistamenti su tutti i fronti
L'entrata in guerra degli Stati Uniti, ufficialmente avvenuta dopo l'attacco da parte dell'Aeronautica giapponese il 7 dicembre 1941, nella rada di Pearl Harbor (Hawaii), esponeva l'intera nazione a possibili ed improvvisi bombardamenti da parte dei nemici. Questa paura sembrava essersi concretizzata la notte del 25 febbraio1942, quando, verso le 2.30, Los Angeles fu scossa dal suono delle sirene d'allarme che violò il silenzio notturno. Alle 03:16 le batterie dell'artiglieria antiaerea (AAA) aprirono il fuoco contro alcuni velivoli non identificati, apparsi sul cielo periferico della città. Si trattava di due tipi di aeromobili: piccoli oggetti rossastri, dai riflessi argentei, che procedevano in formazione e ad altissima velocità (calcolata nell'ordine dei 29 mila km/ h), inquadrati dai fari della contraerea; e un velivolo di grandi dimensioni, anch'esso individuato dai riflettori delle postazioni semi-collinari di Culver City. Quest'ultimo veivolo venne centrato più volte ma non sembrava riportare danni, e quindi scomparve, dirigendosi verso Santa Monica e Long Beach, ad una velocità di circa 100 km l'ora. La contraerea rimase in funzione fino alle quattro del mattino.
Furono più di 1400 i colpi esplosi, ma nessun aeromobile risultava abbattuto e nessuna bomba venne sganciata dagli intrusi. Il "Los Angeles Times" riportò le fotografie degli oggetti sotto il fuoco di sbarramento dell'AAA. Il 26 febbraio il Generale Marshall informò il presidente Franklin D. Roosevelt dell'accaduto, precisando che lo spazio aereo degli USA era stato violato da almeno 15 velivoli "nemici", procedenti a quote comprese fra i 2700 e i 5400 metri e ad una velocità di almeno 320km/h. In realtà i dati non erano del tutto esatti, quelli segnalati dai radar non erano certamente aerei giapponesi. L'episodio, comunque, presenta molti lati oscuri. Fino al 1987 il Ministero della Difesa ha sempre negato nel modo più assoluto (nonostante la vasta eco della stampa dell'epoca) l'esistenza del "raid" del 1942 su Los Angeles, confermando implicitamente l'esistenza di risvolti riservati.
Tra il 1940 e il 1942, sul fronte cinese i piloti nipponici registrarono inquietanti presenze aeree, testimoniate da diversi documenti fotografici che mostrano oggetti volanti non identificati, luminosi od opachi. Gli oggetti furono visti e fotografati sulla regione della Manciuria e sul Mar della Cina, sempre in prossimità di formazioni di velivoli dell'Aeronautica Imperiale Nipponica. Sui Monti Suzuka, Giappone centrale, nel 1942 furono fotografati, ai lati di un gruppo di aerei del Sol Levante, due oggetti luminosi, la cui presenza rimase senza spiegazione. La foto più clamorosa fu scattata a Tientain sempre al 1942, provincia di Hopeh, nel nord della Cina. La foto fu scoperta diversi anni dopo da uno studente giapponese, Masujiro Kiryu, fra i ricordi fotografici del padre, allora combattente in Cina, che l'aveva comprata da un fotografo ambulante, testimone del fatto. Nell'immagine si riesce a distinguere un passante, in una strada piuttosto trafficata, probabilmente del centro di Tientsin, che indica un oggetto, dalla forma di disco volante, librato nel cielo.
Difficile pensare ad un fotomontaggio, ad un effetto ottico, ad un “abbaglio" della macchina fotografica. Inoltre, è proprio la dinamica dell'immagine che porta ad escludere qualsiasi spiegazione convenzionale per l'enigmatica manifestazione aerea, che si staglia, perfetta nella sua configurazione, nel cielo della città cinese.
In pieno deserto del Sahara, nell'Adrar-En-Ahnet, a soli 170 krn dal Tropico del Cancro, era situato un piccolo fortino sperduto e circondato da filo spinato: il campo d'Ouallen. Era stato costruito dai francesi sulle rovine di un'antica kasbah utilizzata per i bivacchi delle carovane del Sudan. Il 4 aprile del 1942 vi arrivò il capitano Le Prieur con una piccola guarnigione, proveniente dal sud, composta da truppe indigene, due marconisti ed un meteorologo. Fu proprio quest'ultimo a segnalare all'attenzione del capitano Le Prieur la presenza di un punto luminoso, a suo dire un pianeta, dal colore bianco alluminio, che appariva nel cielo limpido, ad un'altezza stimata fra i cinque e i seimila metri, tanto da poter essere visto facilmente ad occhio nudo da tutti i presenti (circa 40 persone). Osservando l'oggetto in modo più dettagliato, avvalendosi di un teodolite, fu possibile constatare che questo, apparentemente immobile, roteava invece lentamente su se stesso.
Le osservazioni dell'oggetto che manteneva sempre la stessa posizione, furono ripetute nei due giorni seguenfi poi, all'alba del terzo giorno, il corpo non c'era più. Il capitano Le Prieur trasmise queste osservazioni all'Osservatorio Nazionale Meteorologico di Algeri, che rispose identificando l'oggetto in questione con la stella Vega. Questa spiegazione apparve, e la si ritiene ancora oggi, alquanto inverosimile, perché una stella non resta visibile per due giorni consecutivi anche di giorno, tantomeno sospesa nel cielo ad una distanza così vicina da poterne distinguere chiaramente i movimenti con un semplice strumento da campo.
Nel 1943 alcuni piloti di bombardieri americani in missione fra la Birmania e la Cina riferirono di essere stati seguiti e circondati in volo da oggetti "splendenti" e di aver avuto, per tutta la durata di tali episodi, la strumentazione di bordo completamente inefficiente. Il 14 ottobre 1943, alcuni "B-17" americani del 348° Gruppo Bombardieri che svolgevano un'azione di bombardamento su Schweinfurt, in Germania, furono investiti da dozzine di piccoli dischi argentei del diametro di una decina di centimetri e dello spessore di circa 3 cm, che si inserirono nella loro formazione di volo. Il maggiore E.R.T. Holmes osservò un disco entrare in collisione con la coda di uno dei bombardieri, senza riportare né causare danni apparenti.
Il 10 agosto 1944 il capitano pilota Alvah M. Reida, dell'Aeronautica statunitense, decollò ai comandi di un B-29 dalla base di Kharagapur, in India, per una missione di bombardamento sulle installazioni petrolifere di Palembang, nell'isola di Sumatra, occupata dai giapponesi. Il mitragliere destro e il suo copilota notarono una sfera luminosa pulsante, di color arancione e del diametro di un paio di metri, che li seguiva, affiancando l'ala del bombardiere americano, ad una quota di oltre 4000 metri, procedendo ad una velocità di 340 km/h. Nonostante le manovre eseguite da Reida per seminarlo, l'UFO li tallonò senza sosta e solo dopo 8 minuti, con una repentina conversione a 90 gradi, ruppe la formazione di volo con l'aereo statunitense e si allontanò a grande velocità.
Delle "palle di fuoco" furono osservate la sera del 23 novembre 1944 dall'equipaggio di un ricognitore americano del 415° squadrone da caccia a nord di Strasburgo, sull'Alsazia Lorena. Dopo quattro notti, il 27 novembre, una grande sfera irradiante un'abbagliante luce arancione fu avvistata nei pressi della cittadina tedesca di Speyer, a sud di Mannheim, da un caccia americano in missione. Secondo il pilota, tenente Henry Giblin, e il tenente Walter Cleary, radarista di bordo, l'oggetto luminoso li incrociò volando a cinquecento metri al di sopra del loro apparecchio, ad una velocità stimata nell'ordine di almeno quattrocento chilometri orari.
La notte del 22 dicembre 1944 un altro velivolo del 415° Squadrone da Caccia, pilotato dal tenente David McFalls, riferì la presenza dei globi luminosi mentre volava nei pressi di Hagenau, nell'Alsazia Lorena. McFalls li descrisse come "due corpi enormi, fosforescenti, di colore arancione" che seguirono il suo caccia per più di due minuti "dimostrando di essere "sotto controllo intelligente". Due giorni dopo, la notte del 24 dicembre, lo stesso McFalls, come riferisce un suo secondo rapporto ai superiori, avvistò "una sfera rossastra, luminosissima". Il pilota di un bombardiere statunitense rese noto che il suo apparecchio era stato tallonato da una "formazione" di quindici oggetti misteriosi, mentre i piloti di altri due aerei americani "P-47" descrissero dettagliatamente le "sfere luminose".
Uno dei rapporti, riferito ad un avvistamento diurno, recitava testualmente: "...Volavamo a Ovest di Neustadt quando una sfera dorata, che splendeva di un bagliore metallico, ci apparve all'improvviso, librandosi lentamente nel cielo. In quel momento il sole si trovava di poco al di sopra della linea dell'orizzonte, e non ci fu pertanto possibile stabilire con esattezza se quella lucentezza fosse dovuta al riflesso di raggi solari o se, piuttosto, non provenisse dall'interno della sfera stessa...". Il Magg. William D. Leet, pilota di un bombardiere "B-17", si era invece imbattuto nei cieli austriaci, sempre nel dicembre del 1944, in un misterioso corpo volante discoidale "dal colore simile a quello dell'ambra".
Nel luglio del 1944, alle 10:30, mentre l'Ottava Armata Britannica, risalendo l'Italia, si opponeva ai Tedeschi lungo la Linea Gotica, Antoni Szachnowsky, artigliere del Secondo Corpo Polacco, notò un oggetto volante di forma ovoidale e dall'aspetto metallico stazionare proprio sulla linea del fronte. Pochi istanti dopo, sia le batterie antiaeree alleate che quelle tedesche aprirono il fuoco contro il medesimo oggetto, ma in breve (stupite dalla reazione dell'avversario) tacquero entrambe per osservare quello che l'una e l'altra consideravano il rispettivo "nemico" allontanarsi indisturbato, con una brusca conversione a 45 gradi. Nell'ottobre 1944 un paracadutista del Battaglione "N.P." della "Decima MAS" della Repubblica Sociale Italiana vide nel cielo di Milano, in direzione di Piazzale Loreto, una "padella volante" immobile nell'aria. Suonarono le sirene dell'antiaerea ma, da un secondo all'altro, l'oggetto scomparve, lasciando i testimoni senza una spiegazione della sua presenza.
Nel 1945 la portaerei americana Dawson, navigando al largo delle Isole Nansei Shoto (nella zona di Okinawa), rilelò sui radar la presenza di una formazione di 200 velivoli in avvicinamento. Per fronteggiare l'arrivo della presunta squadra aerea nipponica dalla nave furono fatti decollare otto caccia che, però, non incrociarono nessun apparecchio nemico. Gli oggetti, che sorvolarono l'unità navale USA ignorandola, non furono identificati né come appartenenti all'aeronautica giapponese né come aerei alleati e la loro presenza rimase un mistero.
Il quotidiano "New York Herald Tribune" del 2 gennaio 1945 riportò un articolo sui foo-fighters, lasciando intendere che si trattasse di nuovi aerei-civetta nazisti che però non destavano preoccupazione in quanto non erano aerei da rappresaglia. Il giornale descriveva gli oggetti come ordigni teleguidati da terra che però avevano la capacità di restare dietro ai velivoli americani più veloci. Veniva inoltre citata la testimonianza del tenente Donald Meiers che distingueva almeno tre tipi di foo-fighters: un primo tipo costituito dalle sfere rossastre che si ponevano all'altezza delle ali dei velivoli americani, tenendo loro dietro in questo modo; un secondo tipo era costituito di tre 'palle di fuoco' che, in fila indiana, precedevano o seguivano gli aerei che avvicinano; infine, vi erano delle vere e proprie formazioni costituite da almeno una quindicina di punti luminosi che seguivano il velivolo a distanza, e che a tratti sembravano come accendersi e spegnersi. Una forte ipotesi è quella che i foo fighters disponessero di un qualche propulsore antigravitazionale che generava campi elettromagnetici, probabilmente con un sistema di giroscopi immersi nel mercurio, tecnologia in parte già sviluppata in esperimente targati NASA.

Relazioni tra gli UFO e il Nazismo?
Oggi sappiamo che anche i piloti nazisti furono protagonisti di simili avvenimenti e ne è testimonianza una fotografia diurna del maggio 1944, che immortala un oggetto volante avvistato su Kamten da un aviatore della "Luftwaffe". Questi oggetti ribattezzati "Kraut" avevano causato nei comandi tedeschi la stessa confusione degli americani. Tuttavia, per lungo tempo un buon numero di segnalazioni di UFO, già a partire dall'immediato dopoguerra, era stato da alcuni interpretato come "armi segrete" naziste, che avrebbero dovuto imporre la svastica in tutto il mondo. In effetti il legame tra la storia del Terzo Reich e i dischi volanti è parte di quel vasto spettro di possibilità che fa capo all'ipotesi terrestre sull'origine degli UFO.
Già dai primi anni Cinquanta, in seguito ad alcune dichiarazioni di ex-ingegneri che avevano lavorato alle dirette dipendenze del Führer, si cominciò ufficialmente a parlare dei numerosi tentativi, attuati dai tedeschi, di realizzare velivoli dall'aspetto e dalle prestazioni molto simili a quelle dei dischi volanti. I servizi segreti inglesi sarebbero stati al corrente, durante la seconda guerra mondiale, di prototipi dalle capacità di volo straordinarie in grado di rovesciare le sorti del conflitto a favore di Hitler. I prototipi, conosciuti con il nome di Fliegender Scheiben o anche come V-7, erano costruiti dalla Siemens e venivano testati a Peenemunde (Norvegia), la base missilistica dove erano stati sperimentali i micidiali ordigni volanti poi utilizzati per bombardare l'Inghilterra.
È opinione dello studioso tedesco Jan Van Helsing che l'idea di costruire velivoli tanto inusuali per l'epoca venne a Hitler dopo che una delegazione di extraterrestri provenienti dal sistema stellare di Aldebaran ebbe preso segretamente contatto con alti gerarchi nazisti. Secondo questa versione i visitatori spaziali avrebbero scambiato il Führer per il dominatore del pianeta e si sarebbero rivolti a lui come primo rappresentante dell'umanità. Questa diceria sarebbe - secondo alcuni - supportata dal fatto che le numerose interpretazioni esoteriche del nazismo fanno sempre riferimento a un gruppo di misteriosi Superiori Sconosciuti, al cui volere Hitler sarebbe stato assoggettato. In base a questa leggenda il Führer sarebbe rimasto affascinato dagli straordinari mezzi volanti degli aldebaraniani, al punto di decidere di creare uno speciale stabilimento incaricato di realizzarne delle copie. Al di là della pittoresca teoria sull'origine di tali prototipi, Van Helsing è convinto che tentativi di costruire mezzi dalle caratteristiche simili a quelle dei dischi volanti siano stati effettivamente compiuti dai nazisti, anche se con scarsi risultati.
I primi prototipi ebbero nomi altisonanti, ricavati dalla mitologia scandinava: Vril, Thule, Haunebu e Odin. Uno dei primi ingegneri del Reich impegnato nella costruzione delle V-7 (dove V sta per vittoria) fu il tedesco Andreas Epp. Questi, nel 1969, rivelò alla stampa di aver ideato un gigantesco piatto volante, il modello Omega, dotato di otto eliche e due motori a reazione. Secondo Epp, l'Omega fu testato nel 1943 a Bremerhaven e raggiunse la discreta velocità di 480 km/h. Al progetto delle V-7 vennero poi chiamati altri quattro ingegneri, i tecnici Habermohl e Miethe, Schriever, che era anche pilota, ed il milanese Giuseppe Belluzzo, grande esperto di motori a turbina. Schriever e Habermohl costruirono un tipico disco volante formato da una cabina centrale di pilotaggio circondata da un anello che ruotava ad una velocità fantastica, mentre Miethe e Belluzzo misero a punto, nella base di Bratislava, un massiccio disco di titanio largo 40 metri, che però, esplose in volo.
In effetti gli esperimenti dei cinque ingegneri ottennero risultati decisamente scarsi, visto che nel corso dei voli di collaudo ben 18 piloti volontari morirono nelle esplosioni dei Fliegender Scheiben. Quando finalmente i tecnici di Bratislava riuscirono a mettere a punto un modello funzionante, l'arrivo dei russi a Berlino li costrinse a distruggere tutto, officine, brevetti e modelli, affinché non cadessero in mani nemiche. Era ormai troppo tardi; la Germania si era arresa e la guerra stava finendo.
Americani e russi, dopo aver scoperto i piani segreti dei nazisti, fecero di tutto per impadronirsi, ognuno a scapito dell'altro, dei brevetti del Terzo Reich. Ovviamente, in piena guerra fredda, queste armi facevano gola alle due superpotenze. Si dice che i sovietici riuscirono a recuperare una serie di carteggi sulle V-7 a Bratislava, a catturare alcuni collaboratori di Miethe. Dopo diversi anni di esperimenti, proprio i sovietici abbiano infine messo a punto, nella città di Ulianovsk, l'Ala 600, un oggetto volante dalla foggia inusitata, pesante ben 9 tonnellate e costruito da Lev Shukin in collaborazione con il padre della missilistica, Serghiej Koroliov. Da parte loro, gli agenti della CIA riuscirono a rintracciare l'ingegner Miethe, il quale dopo la guerra si era rifugiato a Tel Aviv. Per gli Stati Uniti, Miethe mise a punto un disco volante battezzato AVRO Car, un gigantesco cassone dalle prestazioni decisamente deludenti. Secondo lo studioso polacco Robert Lesniakiewicz, contemporaneamente a questi tentativi di imitare le V-7 i servizi segreti americano e russo avrebbero cercato, per molto tempo, anche di recuperare almeno un prototipo integro dei Fliegender Scheiben.
Gli ingegneri nazisti, difatti, avevano lavorato indipendentemente e, da soli, non erano più capaci di ricostruire l'intero brevetto. Un grande centro per la costruzione delle V-7 sarebbe stato situato nella Polonia occupata, fra le montagne di Gory Sowie, nel cui ventre i nazisti avevano scavato una base supersegreta. Ma, con grande disappunto degli agenti del KGB che frugarono la zona, delle installazioni non era rimasto niente. I nazisti avevano distrutto tutto con la dinamite per evitare che brevetti e modelli cadessero nelle mani dei nemici. Col tempo, sempre secondo Lesniakiewicz, l'intera vicenda venne dimenticata o screditata ad arte dai servizi segreti delle due superpotenze, che non avevano interesse a divulgare l'esistenza di simili brevetti.
"Negli anni Sessanta - fa notare lo studioso slovacco Milos Jesenski - uscirono in Italia e all'estero diversi libri in cui si sosteneva che gli UFO altro non erano che armi terrestri. Ora sappiamo che non è così e che i Fliegender Scheiben non raggiunsero mai le prestazioni delle astronavi extraterrestri..." Eppure, in diverse parti del mondo, molti studiosi sono tuttora convinti che gli UFO siano armi segrete naziste e che un gruppo di nostalgici, con diverse basi soprattutto in Sudamerica, stiano testando nuovi prototipi nella speranza di ricreare il Terzo Reich.
I "razzi fantasmi"
Durante e subito dopo la II Guerra Mondiale al fenomeno dei foo-fighters se ne aggiunse un altro, ugualmente sfuggente ed inquietante: i "razzi fantasma" che violavano indisturbati gli spazi aerei europei. Un'ondata di segnalazioni di questo tipo aveva in effetti già interessato il vecchio continente, spingendo una delle potenze non belligeranti, la Svezia, ad istituire tra il 1940 ed il 1946 una massiccia rete di sorveglianza aerea per dare la caccia ai misteriosi intrusi. I "razzi fantasma" erano massicci oggetti sigariformi, non riconducibili a nulla di conosciuto e dalle prestazioni aerodinamiche eccezionali; i militari e i civili, da centinaia di posti di osservazione, osservavano i misteriosi "fusi" sfreccianti a velocità incredibili sopra le città, ma senza attaccare e senza bombardare.
Negli archivi della Difesa vennero catalogate circa 16.000 segnalazioni di "razzi fantasma", 5.890 delle quali non ricollegabili ad armi convenzionali conosciute (per le altre poteva bastare la spiegazione dell'arma segreta nazista o alleata). Il picco più alto negli avvistamenti si ebbe, su tutto il territorio svedese, nell'inverno '44-'45. Tali ordigni non cadevano al suolo esplodendo, come accadeva di solito per i missili tedeschi, così i militari svedesi si convinsero che i razzi fantasma fossero nuovi aerei strategici e segreti germanici, che la stampa di Stoccolma collegò alle voci sulla famigerata "V-3" che avrebbe dovuto essere usata per bombardare New York. Nel gennaio del '45 il governo svedese, convinto che le "V-3" partissero dalla vicina base nazista di Peenemunde, protestò formalmente con Berlino per le intrusioni aeree. La Cancelleria del Reich ignorò la protesta e, a guerra finita, si venne a sapere che il fenomeno aveva interessato anche altre nazioni, europee e non.
Il "Corriere della Sera" del 19 settembre 1946, riferendosi ad un strano avvistamento nello spazio aereo romagnolo, scriveva: "Un altro fenomeno simile a quello registrato l'altra sera alle 22 nel cielo di Modena si è verificato a Imola alle 19.34. Un bolide infuocato ha descritto una breve parabola lasciando una scia luminosa di fuoco. Poiché a quell'ora c'era ancora una discreta luminosità, si ritiene che non si tratti di una delle solite meteore frequenti nelle notti estive. Ancora non è possibile stabilire la natura dello strano bolide". Due giorni prima il "Corriere d'Informazione” aveva dato notizia dell'apparizione di un "siluro volante" nel cielo di Belgrado: "Nessuna esplosione è stata avvertita dagli spettatori né durante l'apparizione né dopo la scomparsa della presunta bomba volante. Misteriosi proiettili volanti sono stati osservati più volte nel corso di molti mesi nel cielo della Svezia". Lo stesso giornale denunciava il 21 settembre: "Misteriose meteore anche nei cieli africani, sopra i distretti occidentali dell'Africa settentrionale.
Vengono descritte come globi gialli con lunghi filamenti di fiamme e una luce giallastra in coda". Nonostante le spiegazioni riduttive sulla stampa italiana, fra cui quella di Filippo Eredia, che aveva identificato i bolidi in meteore provenienti dalla cometa di Tuttle, l'Italia venne interessata dal fenomeno a più riprese e in giornate differenti. La stampa dell'epoca riporta diversi avvistamenti: il 17 settembre a Bologna ("proiettili razzo") e Vercelli ("bombe volanti"), il 19 a Torino ("bolidi luminosi"), il 20 a Roma e a Livorno ("segnali luminosi, proiettili"), il 21 ed il 22 a Firenze, il 4 ottobre a Varazze ("un disco infuocato"), il 5 ottobre a Bari, il 12 a Trieste e Cagliari. Il continuo ricorrere del termine "bombe", nel descrivere questi ordigni apparentemente tutti differenti, fornisce un'idea precisa dello stato di allarme che si venne a creare.
Con la guerra finita, accertato che gli avvistamenti dei foo-fighters non avevano origine da armi segrete naziste, i servizi di intelligence americani, evidentemente condizionati dalla paura della Guerra Fredda, iniziavano a vedere nelle apparizioni degli UFO una possibile minaccia aerea sovietica. Ciò è evidente in un documento segreto datato 4 settembre 1946 (oggi declassificato) di un agente del controspionaggio europeo che si firmava Mr. Lyon. Questo documento, riferendosi ad una serie di avvistamenti di oggetti non identificati nei cieli svedesi, informava il Dipartimento di Stato americano, nella persona del responsabile dell'ufficio, Jack Morgan, che "sebbene 800 segnalazioni siano state già ricevute ed altre ne stiano arrivando, gli svedesi non hanno ancora delle prove definitive. Rapporti dettagliati sono stati inviati a Washington dai nostri militari e dai distaccamenti navali.
Il mio informatore personale è convinto che la Russia stia sperimentando un'arma segreta. Ha promesso di avvisarmi per tempo se verrà scoperto qualcosa...". Quest'idea, che ebbe tra i principali sostenitori l'ammiraglio James Forrestal del Ministero della Difesa, fu probabilmente veicolata fino da allora dai servizi segreti USA per coprire la realtà di un fenomeno la cui presenza, con il 1947, stava diventando sempre più tangibile e consistente.

Secondo la credenza popolare, "l'era moderna degli UFO" iniziò nel 1947 con l'osservazione di una formazione di oggetti metallici sullo stato di Washington. Indubbiamente, anche se da allora si incominciò apertamente a parlare di UFO, alla pari di esseri provenienti da pianeti alieni, l'opinione che il fenomeno fosse limitato al mistero di questi ultimi decenni è stata messa in discussione.
Chris Aubeck e Jacques Vallée nel loro libro "Wonders in The Sky" hanno raccolto circa 1.200 casi di osservazioni "arcaiche" di "dischi volanti", con caratteristiche che permettono di confrontarli con gli avvistamenti contemporanei di UFO, casi accaduti (anche) nella metà del XIX° secolo, oppure avvenuti alle fine del secolo in Russia (soprattutti in Occidente, compresa la Polonia) e negli Stati Uniti d'America con l'ondata di avvistamenti di velivoli non identificati, spesso descritto come "strani" dirigibili e palloni.
Delle osservazioni che si sono già verificate nel Ventesimo Secolo, una delle più interessanti fu quella di Varsavia, che ebbe luogo nell'estate del 1922, dove tre persone assistettero ad uno strano incidente nel quartiere di Targowek. Uno di loro affermò che "qualcosa come un fischio volò dal cielo", ma non si schiantò al suolo, ma si librò a circa 2-3 metri sopra di loro. Scoprirono che era una sfera metallica, fortemente appiattita che ricordava molto i classici "dischi volanti". Dopo di che sentirono un forte botto e l'oggetto scomparve lontano verso nord-ovest.
Una serie di incontri UFO avvennero durante la Seconda Guerra Mondiale e un incidente abbastanza insolito si verificò il 17 settembre 1939 e coinvolse un residente di Kornica di nome Z. Gibasiewicz. Gli eventi avvennero vicino Miedniewice (Mazowieckie), tra Sochaczew e Zyrardow, dove si decise di andare a rifugiarsi al riparo dalle terre occupate dei tedeschi. Tra i testimoni ci furono, anche, due docenti universitari, due insegnanti e un medico. Quel giorno, attorno alle ore 17:00, tutti ebbero l'opportunità di osservare lo strano fenomeno descritto come "bombardieri sospesi nel cielo". Gibasiewicz scrisse: "dopo qualche secondo i contorni delle macchine cominciò a svanire, nel girò di 30 secondi si trasformarono in nubi sferiche di fumo e che cominciarono lentamente a scorrere verso est, fino a quando non si dissolsero completamente nell'aria".
Il testimone, che ha poi parlato con il residente Woli Szydlowieckiej (che in precedenza si nascose) dichiarò che furono visti molti aerei di una squadriglia di bombardieri tedeschi "bruciare" durante il passaggio sopra gli oggetti. I dettagli di quest'evento rientrano in ciò che osservarono Gibasiewicz e i suoi compagni. Quello che successe, però, fu impossibile da spiegare.
"Foo Fighters" polacchi
L'aspetto più famoso di incontri UFO nella Seconda Guerra Mondiale fu un qualcosa che portò la denominazione di "Foo Fighters" o oggetti volanti di natura non specificata, che furono impegnati in manovre aeree di volo superiori alle capacità di quel periodo. I "Foo Fighters" erano, di solito, a forma di sfere luminose colorate, che sembravano essere vicine ad entrambi i velivoli appartenenti ad entrambe le fazioni in guerra in quel periodo. Uno dei primi rapporti polacchi di osservazione di "Foo Foghters" provenne dai marinai della nave passeggeri SS Pulaski, che fu utilizzata durante la guerra come cargo britannico nell'Oceano Indiano. Nel settembre del 1941, due testimoni osservarono una "strana sfera incandescente di luce verdastra, delle dimensioni la metà della Luna piena". Le manovre dell'oggetto, informò un ufficiale inglese, furono viste per oltre trenta minuti.
Circa gli incidenti che coinvolsero i piloti in servizio della "Polish Air Force" va ricordato, anche, quello di Michael Bentine - attore britannico, che durante la guerra servì le forze aeree polacche. Come ufficiale supervisore delle forze aeree polacche, confessò alla scrittrice e ricercatrice Jenny Randles che verso la fine del 1944 "l'equipaggio, che vide una luce nel corso di una missione segreta mentre attraversava il Pennemunde, fu interrogato". A suo avviso, queste osservazioni furono intensamente sotto l'interesse nella storia americana. Bentine ha poi aggiunto: "anche se i piloti ebbero l'impressione di un fenomeno pericoloso, nessuno di loro ha mai fatto menzione di qualsiasi impatto negativo che potesse coinvolgerli".
Probabilmente oggetti di questo tipo apparvero -anche - nel mese di agosto del 1944, durante la rivolta della capitale polacca. Il testimone fu Zenon Sergisz di Kruczej. Come riferì, guardando il cielo sereno vide un bombardiere tedesco, ma notò, anche, tre punti molto chiari. Erano molto in alto nell'aria e rimasero immobili per qualche secondo, dopo di che caddero rapidamente verso il basso. Erano così in basso che, secondo il testimone, si nascosero dietro le case vicine. Dopo qualche istante, gli oggetti partirono in diagonale verso l'alto. Grazie a questa manovra, gli uomini riuscirono a vedere che gli oggetti avevano forma sferica. Volavano in uno schema invertito (due anteriormente, uno posteriormente), si libravano a circa 50 metri sotto il bombardiere. Come affermato dal testimone: "erano fortemente appiattiti, qualcosa tra una lente e una moneta, molto più piccoli rispetto all'aereo. E un'altra cosa: volavano perpendicolarmente al suolo, avanzando sulla sua vasta superficie".
Sfere proiettili
Tra gli avvistamenti UFO più famosi avvenuti in guerra ricordiamo quello che coinvolse il ricercatore UFO, scrittore e membro della "Rivolta di Varsavia" Bzowski Kazimierz. Nel suo libro "UFO nad nami" (ndr UFO tra noi) ha descritto la scena di quando lui aveva 18 anni ed era all'interno degli "scout dell'Esercito". Bzowski e due suoi compagni si trovavano nel ghetto di Varsavia. L'osservazione fu fatta il 9 aprile 1943, nella zona nord del ghetto, dove il 18enne Bzowski stava in compagnia di un gruppo di persone per raccogliere informazioni sulle unità di schieramento tedesche. Mentre era in incognito, ed era accanto ad un gruppo di lavoratori delle ferrovie tedesche, uno degli "scout", che parlava perfettamente la lingua germanica, ebbe in prestito un binocolo da loro, attraverso il quale vide i dettagli di quello che potrebbe essere stato un UFO alle ore 17 circa.
Bzowsky lo descrisse così: "era una sfera dai contorni netti, con delle fascie nette di colori visibili: lampone e verde-blu scuro, il cosiddetto colore del "pavone". La sfera si muoveva con moto ondulatorio, aumentava e diminuiva leggermente il suo volo. Avendo già avuto esperienza sulle osservazioni, ho paragonato la sua velocità a quella di un aeromobile tedesco del tipo "Fieseler Storch", che nel volo lento - dal basso verso terra - era di circa 80-100 chilometri orari. Attraverso il binocolo potemmo vedere che l'altezza di volo della sfera era di circa 60 metri sopra le case e il suo diametro era di circa 8 metri. L'oggetto era lontano dalla nostra postazione di avvistamento di circa 1.600 metri.
Niemcy e Szaulisi (componenti della formazione lituana "Associazione del fucile", collaborante coi tedeschi) ripresero le finestre degli edifici. All'improvviso, la sfera emerse da un muro di un'abitazione in fumo e sorvolò la loro posizione sopra Ulica Bonifraterskiej, vicino alla parte meridionale del viadotto sopra i binari.
Per qualche minuto, i fuochi dell'artiglieria spararono proiettili contro di essa, ma...senza esito. La sfera continuò, molto lentamente, a volare sopra di loro, poi verso il centro storico. Poi si fermò sopra un edificio, poi salì quasi verticalmente verso l'alto, scomparendo ad una velocità incredibile. Tutto ciò fu apparentemente...illogico".
Un simile fenomeno fu osservato nell'estate del 1944 nei pressi di Czudca, quando tre testimoni (padre e due figli) osservarono il fuoco d'artiglieria da una collina vicina. Un testimone descrisse questo evento come segue: "dovevamo tornare alle nostre case, si stava facendo tardi quando da dietro il crinale sud in direzione ovest (cioè verso la città, circa a metà strada) apparve un disco di colore rosso mattone con una diametro della Luna piena. Improvvisamente, si mosse da sud a nord ad un'altitudine di circa 250 metri sopra il fondovalle, con una velocità uniforme, orizzontalmente e roteante attorno al proprio asse...Completava la sua rivoluzione ogni 2 secondi circa. Aveva un colore intenso, ma non splendeva e non emetteva bagliori. Scomparve, percorrendo la larghezza della valle di circa 8 chilometri, in circa 20 secondi...".
Altro grado di stranezza
Tra gli avvistamenti di UFO della guerra polacca ci sono quelli, anche, che hanno altri particolari "esotici". Parliamo, innanzitutto, degli IR3 (Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo), ciò quelli che comprendono i "passeggeri" degli UFO e che includono l'incidente di Nowin (Lublino), accaduto nel 1943 o 1944, evento registrato solo nel 1987, quando era in vita l'ultimo dei suoi testimoni (cinque, tra cui tre bambini e due adulti), che all'epoca dei fatti aveva 16 anni. Non si sa, esattamente, come apparve l'oggetto volante vicino alla casa, dalla quale fu visto da tre persone. Gli altri due furono molto più vicino all'UFO e videro 8-9 creature di taglia bassa, vestite con una uniforme di colore verde chiaro ed un "casco", che facevano gesti per rientrare all'interno. Dopo qualche minuto, emettendo un forte rumore, l'oggetto scomparve.
A parte questo caso, un'altro episodio riguardante un "UFOnauta" si verificò a Gdynia nel luglio del 1943 e coinvolse un prigioniero di guerra francese. L'uomo, nei pressi di una duna, trova un piccolo oggetto dalla forma di un disco d'argento con accanto il suo passeggero, il quale non parlava nessuna lingua nota al testimone. Era un essere femminile con gli occhi a mandorla. Quando il francese si avvicinò per aiutare a smuovere il velivolo semi sepolto dalla sabbia, la donna entrò nell'oggetto e questo volò via. Questo caso è descritto nella letteratura francese e sembra molto insolito, anche rispetto ad altri incontri ravvicinati con umanoidi, che si svolsero in Polonia nei successivi decenni.
L'incidente che segue ha una caratteristica leggermente diversa, ma anche un tasso di alta straordinarietà. Avvenne in un luogo vicino il villaggio di Kuznica (Wielkopolsce). Nell'autunno del 1944, i residenti osservarono un oggetto sferico, un UFO che aveva dei problemi d'atterraggio e che cadde nei pressi del villaggio, creando un cratere enorme. Sul posto arrivarono dei soldati tedeschi, che rimisero tutto in ordine. Un altro incidente simile accadde a Czernicy, periodo della Grande Polonia, nel 1938, anche se - con ogni probabilità (come il precedente caso) si trattò di un esperimento militare fallito.
Altri casi di avvistamenti UFO verificatisi nella Seconda Guerra Mondiale polacca riguardarono Varsavia (estate 1942 tipologia DD, Disco Diurno), Czestochowie (luglio 1944 tipologia DD, Disco Diurno), Cieslach (ottobre 1944) e Ostrzeszowie (marzo 1945). I casi furono molto probabilmente di più, anche se il numero non fu mai segnalato, ma possono essere sopravvissuti nei racconti di famiglia.
Analizzando gli eventi sopra descritti, così come quelli di altri casi di incontri UFO agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, ci domandiamo se fossero da attribuire a fenomeni atmosferici semplicemente non riconosciuti (come i fulmini globulari, che sono spesso una spiegazione per le osservazioni dei "Foo Fighters") oppure a manufatti - oggetti volanti che sono il prodotto della tecnologia (con diversi livelli di sofisticazione), che non appartengono a nessuna delle fazioni coinvolte nel conflitto.
Erano corpi volanti di dimensioni generalmente modeste, in genere sferici, spesso irradianti una luminescenza diffusa di colore arancione che a tratti, però, poteva anche assumere dei toni varianti dall'arancione vivo al rosso, e poi al bianco, per riprendere la tipica colorazione giallo-arancione. I testimoni oculari concordavano: gli oggetti avevano una condotta intelligente e sembravano non avere atteggiamenti offensivi, ma diversi rapporti sottolineavano spesso la possibilità che questi apparecchi, più che pilotati, fossero comandati a distanza. La loro forma era, invariabilmente, sferica o sferoidale, ed erano silenziosi.
Avvistamenti su tutti i fronti
L'entrata in guerra degli Stati Uniti, ufficialmente avvenuta dopo l'attacco da parte dell'Aeronautica giapponese il 7 dicembre 1941, nella rada di Pearl Harbor (Hawaii), esponeva l'intera nazione a possibili ed improvvisi bombardamenti da parte dei nemici. Questa paura sembrava essersi concretizzata la notte del 25 febbraio1942, quando, verso le 2.30, Los Angeles fu scossa dal suono delle sirene d'allarme che violò il silenzio notturno. Alle 03:16 le batterie dell'artiglieria antiaerea (AAA) aprirono il fuoco contro alcuni velivoli non identificati, apparsi sul cielo periferico della città. Si trattava di due tipi di aeromobili: piccoli oggetti rossastri, dai riflessi argentei, che procedevano in formazione e ad altissima velocità (calcolata nell'ordine dei 29 mila km/ h), inquadrati dai fari della contraerea; e un velivolo di grandi dimensioni, anch'esso individuato dai riflettori delle postazioni semi-collinari di Culver City. Quest'ultimo veivolo venne centrato più volte ma non sembrava riportare danni, e quindi scomparve, dirigendosi verso Santa Monica e Long Beach, ad una velocità di circa 100 km l'ora. La contraerea rimase in funzione fino alle quattro del mattino.
Furono più di 1400 i colpi esplosi, ma nessun aeromobile risultava abbattuto e nessuna bomba venne sganciata dagli intrusi. Il "Los Angeles Times" riportò le fotografie degli oggetti sotto il fuoco di sbarramento dell'AAA. Il 26 febbraio il Generale Marshall informò il presidente Franklin D. Roosevelt dell'accaduto, precisando che lo spazio aereo degli USA era stato violato da almeno 15 velivoli "nemici", procedenti a quote comprese fra i 2700 e i 5400 metri e ad una velocità di almeno 320km/h. In realtà i dati non erano del tutto esatti, quelli segnalati dai radar non erano certamente aerei giapponesi. L'episodio, comunque, presenta molti lati oscuri. Fino al 1987 il Ministero della Difesa ha sempre negato nel modo più assoluto (nonostante la vasta eco della stampa dell'epoca) l'esistenza del "raid" del 1942 su Los Angeles, confermando implicitamente l'esistenza di risvolti riservati.
Tra il 1940 e il 1942, sul fronte cinese i piloti nipponici registrarono inquietanti presenze aeree, testimoniate da diversi documenti fotografici che mostrano oggetti volanti non identificati, luminosi od opachi. Gli oggetti furono visti e fotografati sulla regione della Manciuria e sul Mar della Cina, sempre in prossimità di formazioni di velivoli dell'Aeronautica Imperiale Nipponica. Sui Monti Suzuka, Giappone centrale, nel 1942 furono fotografati, ai lati di un gruppo di aerei del Sol Levante, due oggetti luminosi, la cui presenza rimase senza spiegazione. La foto più clamorosa fu scattata a Tientain sempre al 1942, provincia di Hopeh, nel nord della Cina. La foto fu scoperta diversi anni dopo da uno studente giapponese, Masujiro Kiryu, fra i ricordi fotografici del padre, allora combattente in Cina, che l'aveva comprata da un fotografo ambulante, testimone del fatto. Nell'immagine si riesce a distinguere un passante, in una strada piuttosto trafficata, probabilmente del centro di Tientsin, che indica un oggetto, dalla forma di disco volante, librato nel cielo.
Difficile pensare ad un fotomontaggio, ad un effetto ottico, ad un “abbaglio" della macchina fotografica. Inoltre, è proprio la dinamica dell'immagine che porta ad escludere qualsiasi spiegazione convenzionale per l'enigmatica manifestazione aerea, che si staglia, perfetta nella sua configurazione, nel cielo della città cinese.
In pieno deserto del Sahara, nell'Adrar-En-Ahnet, a soli 170 krn dal Tropico del Cancro, era situato un piccolo fortino sperduto e circondato da filo spinato: il campo d'Ouallen. Era stato costruito dai francesi sulle rovine di un'antica kasbah utilizzata per i bivacchi delle carovane del Sudan. Il 4 aprile del 1942 vi arrivò il capitano Le Prieur con una piccola guarnigione, proveniente dal sud, composta da truppe indigene, due marconisti ed un meteorologo. Fu proprio quest'ultimo a segnalare all'attenzione del capitano Le Prieur la presenza di un punto luminoso, a suo dire un pianeta, dal colore bianco alluminio, che appariva nel cielo limpido, ad un'altezza stimata fra i cinque e i seimila metri, tanto da poter essere visto facilmente ad occhio nudo da tutti i presenti (circa 40 persone). Osservando l'oggetto in modo più dettagliato, avvalendosi di un teodolite, fu possibile constatare che questo, apparentemente immobile, roteava invece lentamente su se stesso.
Le osservazioni dell'oggetto che manteneva sempre la stessa posizione, furono ripetute nei due giorni seguenfi poi, all'alba del terzo giorno, il corpo non c'era più. Il capitano Le Prieur trasmise queste osservazioni all'Osservatorio Nazionale Meteorologico di Algeri, che rispose identificando l'oggetto in questione con la stella Vega. Questa spiegazione apparve, e la si ritiene ancora oggi, alquanto inverosimile, perché una stella non resta visibile per due giorni consecutivi anche di giorno, tantomeno sospesa nel cielo ad una distanza così vicina da poterne distinguere chiaramente i movimenti con un semplice strumento da campo.
Nel 1943 alcuni piloti di bombardieri americani in missione fra la Birmania e la Cina riferirono di essere stati seguiti e circondati in volo da oggetti "splendenti" e di aver avuto, per tutta la durata di tali episodi, la strumentazione di bordo completamente inefficiente. Il 14 ottobre 1943, alcuni "B-17" americani del 348° Gruppo Bombardieri che svolgevano un'azione di bombardamento su Schweinfurt, in Germania, furono investiti da dozzine di piccoli dischi argentei del diametro di una decina di centimetri e dello spessore di circa 3 cm, che si inserirono nella loro formazione di volo. Il maggiore E.R.T. Holmes osservò un disco entrare in collisione con la coda di uno dei bombardieri, senza riportare né causare danni apparenti.
Il 10 agosto 1944 il capitano pilota Alvah M. Reida, dell'Aeronautica statunitense, decollò ai comandi di un B-29 dalla base di Kharagapur, in India, per una missione di bombardamento sulle installazioni petrolifere di Palembang, nell'isola di Sumatra, occupata dai giapponesi. Il mitragliere destro e il suo copilota notarono una sfera luminosa pulsante, di color arancione e del diametro di un paio di metri, che li seguiva, affiancando l'ala del bombardiere americano, ad una quota di oltre 4000 metri, procedendo ad una velocità di 340 km/h. Nonostante le manovre eseguite da Reida per seminarlo, l'UFO li tallonò senza sosta e solo dopo 8 minuti, con una repentina conversione a 90 gradi, ruppe la formazione di volo con l'aereo statunitense e si allontanò a grande velocità.
Delle "palle di fuoco" furono osservate la sera del 23 novembre 1944 dall'equipaggio di un ricognitore americano del 415° squadrone da caccia a nord di Strasburgo, sull'Alsazia Lorena. Dopo quattro notti, il 27 novembre, una grande sfera irradiante un'abbagliante luce arancione fu avvistata nei pressi della cittadina tedesca di Speyer, a sud di Mannheim, da un caccia americano in missione. Secondo il pilota, tenente Henry Giblin, e il tenente Walter Cleary, radarista di bordo, l'oggetto luminoso li incrociò volando a cinquecento metri al di sopra del loro apparecchio, ad una velocità stimata nell'ordine di almeno quattrocento chilometri orari.
La notte del 22 dicembre 1944 un altro velivolo del 415° Squadrone da Caccia, pilotato dal tenente David McFalls, riferì la presenza dei globi luminosi mentre volava nei pressi di Hagenau, nell'Alsazia Lorena. McFalls li descrisse come "due corpi enormi, fosforescenti, di colore arancione" che seguirono il suo caccia per più di due minuti "dimostrando di essere "sotto controllo intelligente". Due giorni dopo, la notte del 24 dicembre, lo stesso McFalls, come riferisce un suo secondo rapporto ai superiori, avvistò "una sfera rossastra, luminosissima". Il pilota di un bombardiere statunitense rese noto che il suo apparecchio era stato tallonato da una "formazione" di quindici oggetti misteriosi, mentre i piloti di altri due aerei americani "P-47" descrissero dettagliatamente le "sfere luminose".
Uno dei rapporti, riferito ad un avvistamento diurno, recitava testualmente: "...Volavamo a Ovest di Neustadt quando una sfera dorata, che splendeva di un bagliore metallico, ci apparve all'improvviso, librandosi lentamente nel cielo. In quel momento il sole si trovava di poco al di sopra della linea dell'orizzonte, e non ci fu pertanto possibile stabilire con esattezza se quella lucentezza fosse dovuta al riflesso di raggi solari o se, piuttosto, non provenisse dall'interno della sfera stessa...". Il Magg. William D. Leet, pilota di un bombardiere "B-17", si era invece imbattuto nei cieli austriaci, sempre nel dicembre del 1944, in un misterioso corpo volante discoidale "dal colore simile a quello dell'ambra".
Nel luglio del 1944, alle 10:30, mentre l'Ottava Armata Britannica, risalendo l'Italia, si opponeva ai Tedeschi lungo la Linea Gotica, Antoni Szachnowsky, artigliere del Secondo Corpo Polacco, notò un oggetto volante di forma ovoidale e dall'aspetto metallico stazionare proprio sulla linea del fronte. Pochi istanti dopo, sia le batterie antiaeree alleate che quelle tedesche aprirono il fuoco contro il medesimo oggetto, ma in breve (stupite dalla reazione dell'avversario) tacquero entrambe per osservare quello che l'una e l'altra consideravano il rispettivo "nemico" allontanarsi indisturbato, con una brusca conversione a 45 gradi. Nell'ottobre 1944 un paracadutista del Battaglione "N.P." della "Decima MAS" della Repubblica Sociale Italiana vide nel cielo di Milano, in direzione di Piazzale Loreto, una "padella volante" immobile nell'aria. Suonarono le sirene dell'antiaerea ma, da un secondo all'altro, l'oggetto scomparve, lasciando i testimoni senza una spiegazione della sua presenza.
Nel 1945 la portaerei americana Dawson, navigando al largo delle Isole Nansei Shoto (nella zona di Okinawa), rilelò sui radar la presenza di una formazione di 200 velivoli in avvicinamento. Per fronteggiare l'arrivo della presunta squadra aerea nipponica dalla nave furono fatti decollare otto caccia che, però, non incrociarono nessun apparecchio nemico. Gli oggetti, che sorvolarono l'unità navale USA ignorandola, non furono identificati né come appartenenti all'aeronautica giapponese né come aerei alleati e la loro presenza rimase un mistero.
Il quotidiano "New York Herald Tribune" del 2 gennaio 1945 riportò un articolo sui foo-fighters, lasciando intendere che si trattasse di nuovi aerei-civetta nazisti che però non destavano preoccupazione in quanto non erano aerei da rappresaglia. Il giornale descriveva gli oggetti come ordigni teleguidati da terra che però avevano la capacità di restare dietro ai velivoli americani più veloci. Veniva inoltre citata la testimonianza del tenente Donald Meiers che distingueva almeno tre tipi di foo-fighters: un primo tipo costituito dalle sfere rossastre che si ponevano all'altezza delle ali dei velivoli americani, tenendo loro dietro in questo modo; un secondo tipo era costituito di tre 'palle di fuoco' che, in fila indiana, precedevano o seguivano gli aerei che avvicinano; infine, vi erano delle vere e proprie formazioni costituite da almeno una quindicina di punti luminosi che seguivano il velivolo a distanza, e che a tratti sembravano come accendersi e spegnersi. Una forte ipotesi è quella che i foo fighters disponessero di un qualche propulsore antigravitazionale che generava campi elettromagnetici, probabilmente con un sistema di giroscopi immersi nel mercurio, tecnologia in parte già sviluppata in esperimente targati NASA.
Relazioni tra gli UFO e il Nazismo?
Oggi sappiamo che anche i piloti nazisti furono protagonisti di simili avvenimenti e ne è testimonianza una fotografia diurna del maggio 1944, che immortala un oggetto volante avvistato su Kamten da un aviatore della "Luftwaffe". Questi oggetti ribattezzati "Kraut" avevano causato nei comandi tedeschi la stessa confusione degli americani. Tuttavia, per lungo tempo un buon numero di segnalazioni di UFO, già a partire dall'immediato dopoguerra, era stato da alcuni interpretato come "armi segrete" naziste, che avrebbero dovuto imporre la svastica in tutto il mondo. In effetti il legame tra la storia del Terzo Reich e i dischi volanti è parte di quel vasto spettro di possibilità che fa capo all'ipotesi terrestre sull'origine degli UFO.
Già dai primi anni Cinquanta, in seguito ad alcune dichiarazioni di ex-ingegneri che avevano lavorato alle dirette dipendenze del Führer, si cominciò ufficialmente a parlare dei numerosi tentativi, attuati dai tedeschi, di realizzare velivoli dall'aspetto e dalle prestazioni molto simili a quelle dei dischi volanti. I servizi segreti inglesi sarebbero stati al corrente, durante la seconda guerra mondiale, di prototipi dalle capacità di volo straordinarie in grado di rovesciare le sorti del conflitto a favore di Hitler. I prototipi, conosciuti con il nome di Fliegender Scheiben o anche come V-7, erano costruiti dalla Siemens e venivano testati a Peenemunde (Norvegia), la base missilistica dove erano stati sperimentali i micidiali ordigni volanti poi utilizzati per bombardare l'Inghilterra.
È opinione dello studioso tedesco Jan Van Helsing che l'idea di costruire velivoli tanto inusuali per l'epoca venne a Hitler dopo che una delegazione di extraterrestri provenienti dal sistema stellare di Aldebaran ebbe preso segretamente contatto con alti gerarchi nazisti. Secondo questa versione i visitatori spaziali avrebbero scambiato il Führer per il dominatore del pianeta e si sarebbero rivolti a lui come primo rappresentante dell'umanità. Questa diceria sarebbe - secondo alcuni - supportata dal fatto che le numerose interpretazioni esoteriche del nazismo fanno sempre riferimento a un gruppo di misteriosi Superiori Sconosciuti, al cui volere Hitler sarebbe stato assoggettato. In base a questa leggenda il Führer sarebbe rimasto affascinato dagli straordinari mezzi volanti degli aldebaraniani, al punto di decidere di creare uno speciale stabilimento incaricato di realizzarne delle copie. Al di là della pittoresca teoria sull'origine di tali prototipi, Van Helsing è convinto che tentativi di costruire mezzi dalle caratteristiche simili a quelle dei dischi volanti siano stati effettivamente compiuti dai nazisti, anche se con scarsi risultati.
I primi prototipi ebbero nomi altisonanti, ricavati dalla mitologia scandinava: Vril, Thule, Haunebu e Odin. Uno dei primi ingegneri del Reich impegnato nella costruzione delle V-7 (dove V sta per vittoria) fu il tedesco Andreas Epp. Questi, nel 1969, rivelò alla stampa di aver ideato un gigantesco piatto volante, il modello Omega, dotato di otto eliche e due motori a reazione. Secondo Epp, l'Omega fu testato nel 1943 a Bremerhaven e raggiunse la discreta velocità di 480 km/h. Al progetto delle V-7 vennero poi chiamati altri quattro ingegneri, i tecnici Habermohl e Miethe, Schriever, che era anche pilota, ed il milanese Giuseppe Belluzzo, grande esperto di motori a turbina. Schriever e Habermohl costruirono un tipico disco volante formato da una cabina centrale di pilotaggio circondata da un anello che ruotava ad una velocità fantastica, mentre Miethe e Belluzzo misero a punto, nella base di Bratislava, un massiccio disco di titanio largo 40 metri, che però, esplose in volo.
In effetti gli esperimenti dei cinque ingegneri ottennero risultati decisamente scarsi, visto che nel corso dei voli di collaudo ben 18 piloti volontari morirono nelle esplosioni dei Fliegender Scheiben. Quando finalmente i tecnici di Bratislava riuscirono a mettere a punto un modello funzionante, l'arrivo dei russi a Berlino li costrinse a distruggere tutto, officine, brevetti e modelli, affinché non cadessero in mani nemiche. Era ormai troppo tardi; la Germania si era arresa e la guerra stava finendo.
Americani e russi, dopo aver scoperto i piani segreti dei nazisti, fecero di tutto per impadronirsi, ognuno a scapito dell'altro, dei brevetti del Terzo Reich. Ovviamente, in piena guerra fredda, queste armi facevano gola alle due superpotenze. Si dice che i sovietici riuscirono a recuperare una serie di carteggi sulle V-7 a Bratislava, a catturare alcuni collaboratori di Miethe. Dopo diversi anni di esperimenti, proprio i sovietici abbiano infine messo a punto, nella città di Ulianovsk, l'Ala 600, un oggetto volante dalla foggia inusitata, pesante ben 9 tonnellate e costruito da Lev Shukin in collaborazione con il padre della missilistica, Serghiej Koroliov. Da parte loro, gli agenti della CIA riuscirono a rintracciare l'ingegner Miethe, il quale dopo la guerra si era rifugiato a Tel Aviv. Per gli Stati Uniti, Miethe mise a punto un disco volante battezzato AVRO Car, un gigantesco cassone dalle prestazioni decisamente deludenti. Secondo lo studioso polacco Robert Lesniakiewicz, contemporaneamente a questi tentativi di imitare le V-7 i servizi segreti americano e russo avrebbero cercato, per molto tempo, anche di recuperare almeno un prototipo integro dei Fliegender Scheiben.
Gli ingegneri nazisti, difatti, avevano lavorato indipendentemente e, da soli, non erano più capaci di ricostruire l'intero brevetto. Un grande centro per la costruzione delle V-7 sarebbe stato situato nella Polonia occupata, fra le montagne di Gory Sowie, nel cui ventre i nazisti avevano scavato una base supersegreta. Ma, con grande disappunto degli agenti del KGB che frugarono la zona, delle installazioni non era rimasto niente. I nazisti avevano distrutto tutto con la dinamite per evitare che brevetti e modelli cadessero nelle mani dei nemici. Col tempo, sempre secondo Lesniakiewicz, l'intera vicenda venne dimenticata o screditata ad arte dai servizi segreti delle due superpotenze, che non avevano interesse a divulgare l'esistenza di simili brevetti.
"Negli anni Sessanta - fa notare lo studioso slovacco Milos Jesenski - uscirono in Italia e all'estero diversi libri in cui si sosteneva che gli UFO altro non erano che armi terrestri. Ora sappiamo che non è così e che i Fliegender Scheiben non raggiunsero mai le prestazioni delle astronavi extraterrestri..." Eppure, in diverse parti del mondo, molti studiosi sono tuttora convinti che gli UFO siano armi segrete naziste e che un gruppo di nostalgici, con diverse basi soprattutto in Sudamerica, stiano testando nuovi prototipi nella speranza di ricreare il Terzo Reich.
I "razzi fantasmi"
Durante e subito dopo la II Guerra Mondiale al fenomeno dei foo-fighters se ne aggiunse un altro, ugualmente sfuggente ed inquietante: i "razzi fantasma" che violavano indisturbati gli spazi aerei europei. Un'ondata di segnalazioni di questo tipo aveva in effetti già interessato il vecchio continente, spingendo una delle potenze non belligeranti, la Svezia, ad istituire tra il 1940 ed il 1946 una massiccia rete di sorveglianza aerea per dare la caccia ai misteriosi intrusi. I "razzi fantasma" erano massicci oggetti sigariformi, non riconducibili a nulla di conosciuto e dalle prestazioni aerodinamiche eccezionali; i militari e i civili, da centinaia di posti di osservazione, osservavano i misteriosi "fusi" sfreccianti a velocità incredibili sopra le città, ma senza attaccare e senza bombardare.
Negli archivi della Difesa vennero catalogate circa 16.000 segnalazioni di "razzi fantasma", 5.890 delle quali non ricollegabili ad armi convenzionali conosciute (per le altre poteva bastare la spiegazione dell'arma segreta nazista o alleata). Il picco più alto negli avvistamenti si ebbe, su tutto il territorio svedese, nell'inverno '44-'45. Tali ordigni non cadevano al suolo esplodendo, come accadeva di solito per i missili tedeschi, così i militari svedesi si convinsero che i razzi fantasma fossero nuovi aerei strategici e segreti germanici, che la stampa di Stoccolma collegò alle voci sulla famigerata "V-3" che avrebbe dovuto essere usata per bombardare New York. Nel gennaio del '45 il governo svedese, convinto che le "V-3" partissero dalla vicina base nazista di Peenemunde, protestò formalmente con Berlino per le intrusioni aeree. La Cancelleria del Reich ignorò la protesta e, a guerra finita, si venne a sapere che il fenomeno aveva interessato anche altre nazioni, europee e non.
Il "Corriere della Sera" del 19 settembre 1946, riferendosi ad un strano avvistamento nello spazio aereo romagnolo, scriveva: "Un altro fenomeno simile a quello registrato l'altra sera alle 22 nel cielo di Modena si è verificato a Imola alle 19.34. Un bolide infuocato ha descritto una breve parabola lasciando una scia luminosa di fuoco. Poiché a quell'ora c'era ancora una discreta luminosità, si ritiene che non si tratti di una delle solite meteore frequenti nelle notti estive. Ancora non è possibile stabilire la natura dello strano bolide". Due giorni prima il "Corriere d'Informazione” aveva dato notizia dell'apparizione di un "siluro volante" nel cielo di Belgrado: "Nessuna esplosione è stata avvertita dagli spettatori né durante l'apparizione né dopo la scomparsa della presunta bomba volante. Misteriosi proiettili volanti sono stati osservati più volte nel corso di molti mesi nel cielo della Svezia". Lo stesso giornale denunciava il 21 settembre: "Misteriose meteore anche nei cieli africani, sopra i distretti occidentali dell'Africa settentrionale.
Vengono descritte come globi gialli con lunghi filamenti di fiamme e una luce giallastra in coda". Nonostante le spiegazioni riduttive sulla stampa italiana, fra cui quella di Filippo Eredia, che aveva identificato i bolidi in meteore provenienti dalla cometa di Tuttle, l'Italia venne interessata dal fenomeno a più riprese e in giornate differenti. La stampa dell'epoca riporta diversi avvistamenti: il 17 settembre a Bologna ("proiettili razzo") e Vercelli ("bombe volanti"), il 19 a Torino ("bolidi luminosi"), il 20 a Roma e a Livorno ("segnali luminosi, proiettili"), il 21 ed il 22 a Firenze, il 4 ottobre a Varazze ("un disco infuocato"), il 5 ottobre a Bari, il 12 a Trieste e Cagliari. Il continuo ricorrere del termine "bombe", nel descrivere questi ordigni apparentemente tutti differenti, fornisce un'idea precisa dello stato di allarme che si venne a creare.
Con la guerra finita, accertato che gli avvistamenti dei foo-fighters non avevano origine da armi segrete naziste, i servizi di intelligence americani, evidentemente condizionati dalla paura della Guerra Fredda, iniziavano a vedere nelle apparizioni degli UFO una possibile minaccia aerea sovietica. Ciò è evidente in un documento segreto datato 4 settembre 1946 (oggi declassificato) di un agente del controspionaggio europeo che si firmava Mr. Lyon. Questo documento, riferendosi ad una serie di avvistamenti di oggetti non identificati nei cieli svedesi, informava il Dipartimento di Stato americano, nella persona del responsabile dell'ufficio, Jack Morgan, che "sebbene 800 segnalazioni siano state già ricevute ed altre ne stiano arrivando, gli svedesi non hanno ancora delle prove definitive. Rapporti dettagliati sono stati inviati a Washington dai nostri militari e dai distaccamenti navali.
Il mio informatore personale è convinto che la Russia stia sperimentando un'arma segreta. Ha promesso di avvisarmi per tempo se verrà scoperto qualcosa...". Quest'idea, che ebbe tra i principali sostenitori l'ammiraglio James Forrestal del Ministero della Difesa, fu probabilmente veicolata fino da allora dai servizi segreti USA per coprire la realtà di un fenomeno la cui presenza, con il 1947, stava diventando sempre più tangibile e consistente.

Secondo la credenza popolare, "l'era moderna degli UFO" iniziò nel 1947 con l'osservazione di una formazione di oggetti metallici sullo stato di Washington. Indubbiamente, anche se da allora si incominciò apertamente a parlare di UFO, alla pari di esseri provenienti da pianeti alieni, l'opinione che il fenomeno fosse limitato al mistero di questi ultimi decenni è stata messa in discussione.
Chris Aubeck e Jacques Vallée nel loro libro "Wonders in The Sky" hanno raccolto circa 1.200 casi di osservazioni "arcaiche" di "dischi volanti", con caratteristiche che permettono di confrontarli con gli avvistamenti contemporanei di UFO, casi accaduti (anche) nella metà del XIX° secolo, oppure avvenuti alle fine del secolo in Russia (soprattutti in Occidente, compresa la Polonia) e negli Stati Uniti d'America con l'ondata di avvistamenti di velivoli non identificati, spesso descritto come "strani" dirigibili e palloni.
Delle osservazioni che si sono già verificate nel Ventesimo Secolo, una delle più interessanti fu quella di Varsavia, che ebbe luogo nell'estate del 1922, dove tre persone assistettero ad uno strano incidente nel quartiere di Targowek. Uno di loro affermò che "qualcosa come un fischio volò dal cielo", ma non si schiantò al suolo, ma si librò a circa 2-3 metri sopra di loro. Scoprirono che era una sfera metallica, fortemente appiattita che ricordava molto i classici "dischi volanti". Dopo di che sentirono un forte botto e l'oggetto scomparve lontano verso nord-ovest.
Una serie di incontri UFO avvennero durante la Seconda Guerra Mondiale e un incidente abbastanza insolito si verificò il 17 settembre 1939 e coinvolse un residente di Kornica di nome Z. Gibasiewicz. Gli eventi avvennero vicino Miedniewice (Mazowieckie), tra Sochaczew e Zyrardow, dove si decise di andare a rifugiarsi al riparo dalle terre occupate dei tedeschi. Tra i testimoni ci furono, anche, due docenti universitari, due insegnanti e un medico. Quel giorno, attorno alle ore 17:00, tutti ebbero l'opportunità di osservare lo strano fenomeno descritto come "bombardieri sospesi nel cielo". Gibasiewicz scrisse: "dopo qualche secondo i contorni delle macchine cominciò a svanire, nel girò di 30 secondi si trasformarono in nubi sferiche di fumo e che cominciarono lentamente a scorrere verso est, fino a quando non si dissolsero completamente nell'aria".
Il testimone, che ha poi parlato con il residente Woli Szydlowieckiej (che in precedenza si nascose) dichiarò che furono visti molti aerei di una squadriglia di bombardieri tedeschi "bruciare" durante il passaggio sopra gli oggetti. I dettagli di quest'evento rientrano in ciò che osservarono Gibasiewicz e i suoi compagni. Quello che successe, però, fu impossibile da spiegare.
"Foo Fighters" polacchi
L'aspetto più famoso di incontri UFO nella Seconda Guerra Mondiale fu un qualcosa che portò la denominazione di "Foo Fighters" o oggetti volanti di natura non specificata, che furono impegnati in manovre aeree di volo superiori alle capacità di quel periodo. I "Foo Fighters" erano, di solito, a forma di sfere luminose colorate, che sembravano essere vicine ad entrambi i velivoli appartenenti ad entrambe le fazioni in guerra in quel periodo. Uno dei primi rapporti polacchi di osservazione di "Foo Foghters" provenne dai marinai della nave passeggeri SS Pulaski, che fu utilizzata durante la guerra come cargo britannico nell'Oceano Indiano. Nel settembre del 1941, due testimoni osservarono una "strana sfera incandescente di luce verdastra, delle dimensioni la metà della Luna piena". Le manovre dell'oggetto, informò un ufficiale inglese, furono viste per oltre trenta minuti.
Circa gli incidenti che coinvolsero i piloti in servizio della "Polish Air Force" va ricordato, anche, quello di Michael Bentine - attore britannico, che durante la guerra servì le forze aeree polacche. Come ufficiale supervisore delle forze aeree polacche, confessò alla scrittrice e ricercatrice Jenny Randles che verso la fine del 1944 "l'equipaggio, che vide una luce nel corso di una missione segreta mentre attraversava il Pennemunde, fu interrogato". A suo avviso, queste osservazioni furono intensamente sotto l'interesse nella storia americana. Bentine ha poi aggiunto: "anche se i piloti ebbero l'impressione di un fenomeno pericoloso, nessuno di loro ha mai fatto menzione di qualsiasi impatto negativo che potesse coinvolgerli".
Probabilmente oggetti di questo tipo apparvero -anche - nel mese di agosto del 1944, durante la rivolta della capitale polacca. Il testimone fu Zenon Sergisz di Kruczej. Come riferì, guardando il cielo sereno vide un bombardiere tedesco, ma notò, anche, tre punti molto chiari. Erano molto in alto nell'aria e rimasero immobili per qualche secondo, dopo di che caddero rapidamente verso il basso. Erano così in basso che, secondo il testimone, si nascosero dietro le case vicine. Dopo qualche istante, gli oggetti partirono in diagonale verso l'alto. Grazie a questa manovra, gli uomini riuscirono a vedere che gli oggetti avevano forma sferica. Volavano in uno schema invertito (due anteriormente, uno posteriormente), si libravano a circa 50 metri sotto il bombardiere. Come affermato dal testimone: "erano fortemente appiattiti, qualcosa tra una lente e una moneta, molto più piccoli rispetto all'aereo. E un'altra cosa: volavano perpendicolarmente al suolo, avanzando sulla sua vasta superficie".
Sfere proiettili
Tra gli avvistamenti UFO più famosi avvenuti in guerra ricordiamo quello che coinvolse il ricercatore UFO, scrittore e membro della "Rivolta di Varsavia" Bzowski Kazimierz. Nel suo libro "UFO nad nami" (ndr UFO tra noi) ha descritto la scena di quando lui aveva 18 anni ed era all'interno degli "scout dell'Esercito". Bzowski e due suoi compagni si trovavano nel ghetto di Varsavia. L'osservazione fu fatta il 9 aprile 1943, nella zona nord del ghetto, dove il 18enne Bzowski stava in compagnia di un gruppo di persone per raccogliere informazioni sulle unità di schieramento tedesche. Mentre era in incognito, ed era accanto ad un gruppo di lavoratori delle ferrovie tedesche, uno degli "scout", che parlava perfettamente la lingua germanica, ebbe in prestito un binocolo da loro, attraverso il quale vide i dettagli di quello che potrebbe essere stato un UFO alle ore 17 circa.
Bzowsky lo descrisse così: "era una sfera dai contorni netti, con delle fascie nette di colori visibili: lampone e verde-blu scuro, il cosiddetto colore del "pavone". La sfera si muoveva con moto ondulatorio, aumentava e diminuiva leggermente il suo volo. Avendo già avuto esperienza sulle osservazioni, ho paragonato la sua velocità a quella di un aeromobile tedesco del tipo "Fieseler Storch", che nel volo lento - dal basso verso terra - era di circa 80-100 chilometri orari. Attraverso il binocolo potemmo vedere che l'altezza di volo della sfera era di circa 60 metri sopra le case e il suo diametro era di circa 8 metri. L'oggetto era lontano dalla nostra postazione di avvistamento di circa 1.600 metri.
Niemcy e Szaulisi (componenti della formazione lituana "Associazione del fucile", collaborante coi tedeschi) ripresero le finestre degli edifici. All'improvviso, la sfera emerse da un muro di un'abitazione in fumo e sorvolò la loro posizione sopra Ulica Bonifraterskiej, vicino alla parte meridionale del viadotto sopra i binari.
Per qualche minuto, i fuochi dell'artiglieria spararono proiettili contro di essa, ma...senza esito. La sfera continuò, molto lentamente, a volare sopra di loro, poi verso il centro storico. Poi si fermò sopra un edificio, poi salì quasi verticalmente verso l'alto, scomparendo ad una velocità incredibile. Tutto ciò fu apparentemente...illogico".
Un simile fenomeno fu osservato nell'estate del 1944 nei pressi di Czudca, quando tre testimoni (padre e due figli) osservarono il fuoco d'artiglieria da una collina vicina. Un testimone descrisse questo evento come segue: "dovevamo tornare alle nostre case, si stava facendo tardi quando da dietro il crinale sud in direzione ovest (cioè verso la città, circa a metà strada) apparve un disco di colore rosso mattone con una diametro della Luna piena. Improvvisamente, si mosse da sud a nord ad un'altitudine di circa 250 metri sopra il fondovalle, con una velocità uniforme, orizzontalmente e roteante attorno al proprio asse...Completava la sua rivoluzione ogni 2 secondi circa. Aveva un colore intenso, ma non splendeva e non emetteva bagliori. Scomparve, percorrendo la larghezza della valle di circa 8 chilometri, in circa 20 secondi...".
Altro grado di stranezza
Tra gli avvistamenti di UFO della guerra polacca ci sono quelli, anche, che hanno altri particolari "esotici". Parliamo, innanzitutto, degli IR3 (Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo), ciò quelli che comprendono i "passeggeri" degli UFO e che includono l'incidente di Nowin (Lublino), accaduto nel 1943 o 1944, evento registrato solo nel 1987, quando era in vita l'ultimo dei suoi testimoni (cinque, tra cui tre bambini e due adulti), che all'epoca dei fatti aveva 16 anni. Non si sa, esattamente, come apparve l'oggetto volante vicino alla casa, dalla quale fu visto da tre persone. Gli altri due furono molto più vicino all'UFO e videro 8-9 creature di taglia bassa, vestite con una uniforme di colore verde chiaro ed un "casco", che facevano gesti per rientrare all'interno. Dopo qualche minuto, emettendo un forte rumore, l'oggetto scomparve.
A parte questo caso, un'altro episodio riguardante un "UFOnauta" si verificò a Gdynia nel luglio del 1943 e coinvolse un prigioniero di guerra francese. L'uomo, nei pressi di una duna, trova un piccolo oggetto dalla forma di un disco d'argento con accanto il suo passeggero, il quale non parlava nessuna lingua nota al testimone. Era un essere femminile con gli occhi a mandorla. Quando il francese si avvicinò per aiutare a smuovere il velivolo semi sepolto dalla sabbia, la donna entrò nell'oggetto e questo volò via. Questo caso è descritto nella letteratura francese e sembra molto insolito, anche rispetto ad altri incontri ravvicinati con umanoidi, che si svolsero in Polonia nei successivi decenni.
L'incidente che segue ha una caratteristica leggermente diversa, ma anche un tasso di alta straordinarietà. Avvenne in un luogo vicino il villaggio di Kuznica (Wielkopolsce). Nell'autunno del 1944, i residenti osservarono un oggetto sferico, un UFO che aveva dei problemi d'atterraggio e che cadde nei pressi del villaggio, creando un cratere enorme. Sul posto arrivarono dei soldati tedeschi, che rimisero tutto in ordine. Un altro incidente simile accadde a Czernicy, periodo della Grande Polonia, nel 1938, anche se - con ogni probabilità (come il precedente caso) si trattò di un esperimento militare fallito.
Altri casi di avvistamenti UFO verificatisi nella Seconda Guerra Mondiale polacca riguardarono Varsavia (estate 1942 tipologia DD, Disco Diurno), Czestochowie (luglio 1944 tipologia DD, Disco Diurno), Cieslach (ottobre 1944) e Ostrzeszowie (marzo 1945). I casi furono molto probabilmente di più, anche se il numero non fu mai segnalato, ma possono essere sopravvissuti nei racconti di famiglia.
Analizzando gli eventi sopra descritti, così come quelli di altri casi di incontri UFO agli inizi della Seconda Guerra Mondiale, ci domandiamo se fossero da attribuire a fenomeni atmosferici semplicemente non riconosciuti (come i fulmini globulari, che sono spesso una spiegazione per le osservazioni dei "Foo Fighters") oppure a manufatti - oggetti volanti che sono il prodotto della tecnologia (con diversi livelli di sofisticazione), che non appartengono a nessuna delle fazioni coinvolte nel conflitto.
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