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giovedì 10 luglio 2014

Ecco la svastica che ispirò Hitler

Le immagini nell'abbazia dove studiò il giovane Adolf


Lo stemma voluto nel 1869 dall'abate di Lambach

Per penetrare nel luogo proibito, ho dovuto giocare la carta del riconoscimento, mostrando il passaporto e alcune pubblicazioni recenti che avevo con me. Ho superato così la diffidenza del monaco guardiano, fortunatamente lettore delle traduzioni tedesche dei miei libri. Affidato a un sagrestano e aperta la grande porta barocca chiusa a chiave, mi sono stati concessi pochi minuti per scattare qualche istantanea con la mia macchinetta automatica. Alla fine, l'esortazione a «far buon uso» del privilegio accordato a me e negato categoricamente a tanti altri, da molti anni.


Tutto questo per accedere alla sagrestia di una chiesa non solo aperta al pubblico ma anche assai frequentata, essendo al contempo parrocchia e tempio della grande, antica abbazia di Lambach, nell'Alta Austria. Un monastero che, nella sua vita millenaria, ha vissuto anche una esperienza singolare: durante l'anno scolastico 1897/98 ospitò, per la terza classe elementare, un bambino di otto anni originario di Braunau am Inn.
Bambino disciplinato, dal visetto grazioso (come mostra la ancora esistente foto della classe) ma ostinato e introverso. Il che non gli impedì di essere un diligente chierichetto e un buon elemento della corale di voci bianche, nonché un allievo attento delle lezioni di violino impartitegli da un Padre benedettino.
Dopo l'aula della scuola nell'abbazia, la mag­gior parte del suo tempo lo trascorse, quell'anno, proprio nella sagrestia ora interdetta ai visitatori. Lì, infatti, aiutava i sacerdoti celebranti a indossare e a togliere i paramenti liturgici, lì lavava e riempiva le ampolle per l'acqua e per il vino, lì sistemava arredi e vesti negli armadi. Lì si radunava con gli altri bambini, ogni sabato pomeriggio, per le pro­ve dei canti per la messa grande domenicale e si esercitava per le melodie previste per matrimoni, funerali, feste liturgiche varie. Ebbene, quel vasto ambiente barocco è dominato da una sorta di grande cenotafio in marmi dai colori vivaci, che termina in uno stemma abbaziale, sovrastato da una mitria e da un pastorale in pietra rossa, forse di Verona. Nell'ovale del blasone, una svastica con gli uncini piegati, vistosamente dorata. La stessa doratura per la data (1869) e per le quattro lettere che circondano la croce: T.H.A.L. Cioè: Theoderic Ha­gn Abate (di) Lambach.

Per posizione, per imponenza, per policromia dei marmi pregiati, il cenotafio è il punto focale della sala, è impossibile non esserne attratti appena entrati. Dunque, in quell'anno scolastico di oltre 110 anni fa, attrasse anche gli occhi, avidamente curiosi, dell'allievo di terza classe della Volks-Schule, nonché chierichetto e corista. Il suo nome era Adolf Hitler.

L'anno a Lambach del futuro Führer è ovviamente ben noto agli storici, anche perché l’interessato gli dedicò una pagina del Mein Kampf, dove dice di non avere condiviso l'ideale di quei monaci ma di averne stimato la serietà e, soprattutto, di avere provato tali emozioni durante le solenni liturgie da sentirsi, lui che sarà sempre astemio, berauscht, ubriaco. Alcune biografie accennano anche alla svastica del monumento abbaziale ma, curiosamente, sono quasi inesistenti, per quanto sappia, le fotografie che appaghino la curiosità dei lettori. In ogni caso, le rare immagini sono di molti anni fa, in sfocato bianconero. In effetti, come io stesso ho constatato, i religiosi hanno deciso di interdire l'accesso alla sagrestia per troncare una sorta di pellegrinaggio, ove ai curiosi si aggiungevano, pare, anche inquietanti nostalgici se non dei pericolosi pazzoidi.

La gran maggioranza dei visitatori ignora che un'altra svastica, seppur di dimensioni minori, potrebbe risvegliare la curiosità. La seconda croce uncinata è sulla fontana nel giardino di fronte all'ingresso. Il piccolo Adolf vide pure questa tutti i giorni, giungendo al mattino in abbazia, ma nel dopoguerra è stata coperta da rampicanti e da vasi di fiori e per vederla bisogna conoscerne l'esistenza e spostare le piante. Anche questa è «firmata » da padre Theoderic Hagn, abate di Lambach nella seconda metà dell’Ottocento che per il suo stemma (ogni superiore di monastero benedettino ne ha uno, alla pari dei vescovi) scelse una svastica, forse perché segno dell’incontro tra la croce cristiana e la tradizione religiosa mondiale. È noto, infatti, che sin da tempi preistorici la croce uncinata è presente come simbolo sacro in ogni continente, America precolombiana e Oceania incluse. Soltanto il giudaismo sembra non conoscerla, probabilmente perché è simbolo solare, mentre la tradizione ebraica, a cominciare dal calendario, è soprattutto lunare. Sta di fatto che anche per questo la Hakenkreuz, la «croce con gli uncini», fu dichiarata «segno ariano » e prediletta, tra Ottocento e Novecento, dai gruppi ispirati al nazionalismo germanico nonché all'esoterismo e all’antisemitismo in qualche modo «metafisico». Il giovane Hitler la conobbe (curiosamente, proprio nella forma «alla Lambach», con gli uncini piegati) presso la ThuleGesellschaft, la società semisegreta le cui dottrine e i cui uomini alimentarono il nazionalsocialismo nascente.

Fu nel maggio del 1920 che il futuro Führer presentò l’insegna del movimento, da lui stesso (pittore frustrato) disegnata: una svastica, appunto, ma con i bracci raddrizzati e inclinata verso destra, per, disse, «dare l'idea di una valanga che travolga il mondo decadente».

Questa scelta del simbolo, tra tanti possibili, fu determinata anche dall’impressione ricavata dallo scolaro di terza elementare davanti alle svastiche dell’abate Hagn? Hitler non ne fece mai cenno, ma ci sono due episodi che fanno pensare. Quando invase l'Austria, nel 1938, pur pressato da mille impegni, si fece portare a Lambach (riservatamente, con Eva Braun, una foto lo mostra con un impermeabile bianco, da borghese) per rivedere l'abbazia e sostò nella sagrestia, davanti al vistoso cenotafio dove tante volte aveva lavorato e cantato. C’è di più: come già in Germania, i nazisti soppressero subito le case monastiche austriache, ma Lambach fu risparmiata e i religiosi furono allontanati soltanto nel 1942. Dopo tutto, non sfugga un particolare: attorno ai bracci della svastica dell'abate, stanno anche una A e una H. Proprio quelle iniziali che Adolf Hitler volle incise accanto alla Hakenkreuz «ariana» sulla facciata e nei saloni della cancelleria di Berlino.

mercoledì 9 luglio 2014

Eckart, il mentore di Hitler

Figlio di un notaio della casa reale nonché consigliere legale, sua madre morì quando lui aveva dieci anni e nel 1895 perse anche il padre dal quale ereditò un ingente patrimonio.

Eckart iniziò gli studi di medicina a Monaco di Baviera, abbandonandoli però nel 1891, iniziando quindi a lavorare come poeta, drammaturgo e giornalista. Trasferitosi nel 1899 a Berlino, scrisse vari drammi, spesso dai tratti autobiografici; comunque, nonostante fosse il protetto del conte Georg von Hülsen-Haeseler, direttore artistico dei teatri regi, non ebbe mai un grande successo quale drammaturgo, un fallimento del quale incolpava la società.

Più tardi si sviluppò in lui un'ideologia sul genio umano superiore, influenzata dai primi scritti di Lanz von Liebenfels; si sentì altresì a suo agio sulla scia della tradizione di Schopenhauer e di Angelus Silesius, rimanendo affascinato anche dal pensiero di Mayansebbene il metodo scientifico non ebbe mai su di lui un grande ascendente. Eckart mostrò una forte passione, identificasi talvolta per il Peer Gynt di Henrik Ibsen.

Tornato a Monaco di Baviera, Eckart si unì alla Società Thule di Rudolf von Sebottendorff nel 1913 nella quale divenne politicamente attivo; nel 1915 scrisse il dramma nazionalista Heinrich der Hohenstaufe, in cui espose la necessità che il popolo germanico dominasse il mondo.

Più tardi, tra il 1918 ed il 1920, Eckart fu redattore del periodico antisemita Auf gut Deutsch che pubblicò con l'aiuto di Alfred Rosenberg e Gottfried Feder. Criticò ferocemente la Repubblica di Weimar appena costituita, si oppose veementemente al Trattato di Versailles che vide come tradimento, e propagò il cosiddetto mito della "pugnalata alla schiena" secondo la quale i democratici sociali e gli ebrei erano i principali responsabili della disfatta tedesca nella Prima guerra mondiale.

Eckart fu nel 1919, insieme a Gottfried Feder ed Anton Drexler, tra i fondatori del Deutsche Arbeiterpartei, che in seguito avrebbe cambiato nome in Nationalsozialistische deutsche Arbeiterpartei (NSDAP); inventò e pubblicò il periodico dello NSDAP, Völkischer Beobachter, e compose il testo di Deutschland erwache che divenne la musica di fondo del partito nazionalsocialista.

Eckart incontrò Adolf Hitler il 14 agosto del 1919 durante un discorso che questi diede di fronte a membri del partito ed esercitò su questi una forte influenza negli anni a seguire venendo definito dal futuro Führer come l'amico paterno.

Eckart si trovò nei guai quando nel 1923 il pubblico ministero decise di accusare lo scrittore per diffamazioni verso l'allora presidente della repubblica Friedrich Ebert in concorso con i suoi costanti attacchi antisemiti. Il 12 marzo del 1923 fu quindi emessa da Ebert stesso un'ordinanza di carcerazione. Verso la fine di aprile diventò chiaro che la polizia criminale di Lipsia stesse ricercando Dietrich Eckart per condurlo agli arresti. Adolf Hitler ordinò quindi agli uomini delle SA di vigilare di fronte alla casa del suo amico ma l'arresto era solo questione di tempo.

Christian Weber, uno dei pochi amici intimi di Adolf Hitler ed uno dei primi combattenti dello NSDAP – con il numero di tessera 15 - aveva un amico, Bruno Buchirer, che era un affittuario della pensione Moritz, che sarebbe poi divenuta il Platerhof all'Obersalzbergsopra Berchtesgaden, in cui il ricercato Eckart avrebbe potuto trovare rifugio. Il capo dello staff delle SA, Ernst Röhm, organizzò quindi segretamente il trasferimento a Berchtesgaden. Alcuni giorni dopo Adolf Hitler gli andò a far visita. Durante la guerra, nel 1941, in uno dei suoi monologhi al vespro, Hitler ricordò quella prima volta all'Obersalzberg. Eckart rimase lì con il falso nome di Dottor Hoffman.

Il 9 novembre del 1923 fu coinvolto nel fallito Colpo di stato in seguito al quale, il giorno dopo, venne arrestato e condotto, assieme ad Hitler e altri notabili del partito, nella prigione di Landsberg, da cui venne presto rilasciato a causa della malattia al cuore che lo affliggeva. Il 26 dicembre del 1923 Eckart moriva all'età di 55 anni, lasciando incompleto il suo ultimo lavoro, Dialoghi tra Hitler e me: Il Bolscevismo da Mosè a Lenin. Venne seppellito il 30 dicembre nel cimitero della montagna a Berchtesgaden.

Nel Mein Kampf Dietrich Eckart venne definito letteralmente un martire e a lui Hitler dedicò la frase finale: Ed in mezzo a loro potei anche riconoscere quell'uomo.

Il totalitarismo : studi e teorie


La fortuna internazionale del termine "totalitarismo" risale all'inizio degli anni cinquanta, quando apparve l'opera di H.Arendt Le origini del totalitarismo.

Attraverso un'analisi condotta in diverse scienze sociali - sociologia, storia, filosofia - la Arendt connetteva le dittatura appena conosciute dalla civiltà europea con il processo di modernizzazione che nel corso del Novecento aveva trasformato la società europea in società di massa. Industrializzazione e urbanizzazione, insieme alla crescita demografica e all'aumento della disoccupazione, avevano rotto gli antichi vincoli comunitari e le relazioni personali dei paesi e dei villaggi, gli individui si erano "atomizzati", le loro esistenze civili e professionali si erano separate fino alla reciproca ignoranza e indifferenza.

La società di massa: terreno fertile per i totalitarismi
Questa massa amorfa rappresentava nello stesso tempo la condizione di affermazione e la base di consenso dei nuovi regimi autoritari, capaci di dominare queste folle divise e solitarie grazie all'autorità carismatica di un capo. Lo strumento per restituire unità e identità alle moltitudini informi era il mito imperialistico della nazione forte e potente: un mito agitato dal capo secondo i moduli tradizionali della cultura militarista, senza aver quindi bisogno della mediazione rappresentativa della democrazia parlamentare, che non era sostituita dalla compenetrazione tra il partito unico e lo stato. I cittadini e lo stato formavano anzi una comunità di tipo esoterico in cui gli altri, i "diversi", erano automaticamente e sempre nemici. Nazismo tedesco e stalinismo sovietico erano, secondo la Arendt, le forme storiche integralmente sviluppate del totalitarismo, accomunate da un controllo totale della vita pubblica e privata degli individui e dalla conseguente distruzione della spontaneità e delle libertà personali.

Le teorie di Fromm e Adorno: due importanti precedenti
L'analisi della Arendt aveva comunque alle spalle almeno due precedenti importanti. Il primo era il libro scritto nel 1941 da un altro esule della Germania nazista, Erich Fromm, e intitolato Fuga dalla libertà. Anche nello studio di Fromm, le radici del fascismo venivano ricercate nell'ambito della psicologia collettiva , in particolare, nella perdita delle identità di clan e di ceto proprie delle società premoderne. Il regime dittatoriale funzionava come un recupero artificiale delle identità di gruppo (uniformi e organizzazioni parlamentari, stili di vita comuni, rituali di massa) e, al tempo stesso, come un rafforzamento decisivo di identità individuali, rese altrimenti fragili e precarie dalla concorrenza e dalla competizione - la "libertà" da cui fuggire, appunto - tipiche delle società moderne società di massa fondate sul libero mercato. Il secondo precedente era costituito dalla ricerca svolta da un altro esule tedesco, Theodor W. Adorno, in una situazione (la California della fine degli anni quaranta) storicamente lontana da qualsiasi esperienza dittatoriale. Ciononostante l'esame di duemila questionari sottoposto a cittadini americani conduceva Adorno alla formulazione di una tipologia di "personalità autoritaria" - così suonava il titolo nel suo studio - contraddistinta dalla distinzione tra "noi" e gli "altri", dal conformismo, dall'aggressività, dalla xenofobia, dalla "proiettività" (l'attitudine di proiettare nel mondo esterno l'idea di un complotto persecutorio ordito ai propri danni da forze oscure e potenti) e infine dall'antisemitismo. I risultati dell'inchiesta si muovevano in sintonia con le conclusioni della Arendt e di Fromm: nelle società moderne identità individuali deboli costituivano la norma ed esprimevano di conseguenza un bisogno di forti identità di gruppo, sul quale si innestava facilmente l'azione organizzativa e propagandistica di movimenti e regimi totalitari . La categoria di totalitarismo interpretava quindi le recenti dittature come esperienze politiche monolitiche, legate al tentativo di annullare ogni differenza individuale e ogni libertà della persona; la democrazia, invece, vi si contrapponeva come sforzo per restituire valore proprio a quelle differenze a quelle libertà.

La definizione dei tratti comuni dei regimi totalitari
A pochi anni di distanza dal libro della Arendt fu pubblicata negli Stati Uniti l'opera di C.Friedrich e Z.Brzezinski (Toalitarian Dictatorship and Autocracy) che sistematizzò definitivamente i tratti costitutivi di un modello di stato totalitario. I tratti comuni a fascismo italiano, nazismo tedesco e stalinismo sovietico venivano identificati sostanzialmente nella presenza di un dittatore, di un partito unico di massa, di una polizia politica, di un'ideologia assoluta, di una concentrazione dei poteri economici nelle mani dello stato. Tuttavia, l'accento posto sui metodi di governo lasciava in ombra i contenuti concreti dell'azione politica svolta dai nuovi gruppi politici giunti al potere: per esempio, quali fossero gli interessi sociali garantiti e le basi di consenso conquistate, quali i rapporti con la burocrazia dello stato, con l'apparato militare, con l'estabilishment economico e finanziario. Per esempio, l'angolo visuale offerto dalla categoria interpretativa del totalitarismo lasciava in secondo piano la specificità dell'elemento della politica razziale del regime nazista, che era assente nel suo presunto corrispettivo sovietico. In seguito, quando si sono attenuati i toni delle polemiche più strettamente collegate al clima politico della guerra fredda - interessati a mettere sullo stesso piano il nazismo e il comunismo - gli studiosi sono tornati a sottolineare le differenze nazionali, osservando con cautela e diffidenza a modelli troppo generici e onnicomprensivi. Il piano comparativo internazionale è rimasto un importante e, anzi, decisivo strumento conoscitivo a disposizione degli studiosi, per approfondire le analogie ma soprattutto le differenze tra i diversi casi nazionali.

Leviathan o Behemoth? Stato, partito e Fürher nel nazionalsocialismo

Agli occhi dei contemporanei, la determinazione e la carica di violenza esibite dal nazionalsocialismo, soprattutto negli anni della guerra, rinviavano alla solidità e all'efficienza di una macchina perfetta, capace di realizzare senza tentennamenti gli obiettivi più mostruosi del regime, come per esempio lo sterminio degli ebrei.

Il richiamo alle teorie di Hobbes
Già nel corso della guerra, tuttavia, era stata avanzata un'interpretazione diversa. Nel 1942 Franz Neumann aveva pubblicato un libro, intitolato Behemoth che fondeva l'analisi economica, istituzionale e sociale del nazismo, realizzando un modello d'indagine per certi aspetti tuttora insuperato. Leviathan o Behemoth sono due mostri della tradizione ebraica, ai quali Thomas Hobbes intitolò le sue grandi opere, raffigurando nel primo lo stato, ovvero " un sistema politico di coercizione in cui sono ancora conservate le vestigia del dominio della legge e dei diritti individuali", e nel secondo "un non stato, un caos, una situazione di illegalità, disordine e anarchia". Poiché indica la coesistenza nel nazionalsocialismo di quattro diversi poteri (partito, esercito, burocrazia e industria), Neumann può essere considerato il primo sostenitore di una interpretazione "policratica" (vale a dire attenta a individuare una pluralità di poteri ) di quel regime. Il dibattito storiografico sulla struttura e la pratica di governo del nazismo, riconducibile alle due diverse proposte interpretative simboleggiate rispettivamente da Leviathan e Behemoth ha assunto forme particolarmente accese nel corso degli anni settanta, grazie alla pubblicazione pressochè contemporanea dei lavori di Karl Dietrich Bracher e di Martin Broszat.

La Posizione internazionalista
Caratteristico della posizione di Bracher, oltre all'uso della categoria di totalitarismo e al rifiuto di considerare il nazismo come appartenete alla famiglia dei fascismi, è il ruolo di assoluta preminenza assegnato alla figura di Hitler. Nella dittatura personale del Fuhrer si realizza la coerenza del regime, già inscritta in un'ideologia demoniaca come quella enunciata dallo stesso Hitler in Mein Kampf. L'intera storia del nazismo culminata nello sterminio degli ebrei viene letta come una realizzazione delle intenzioni deichiarate del dittatore. Non a caso questa proposta interpretativa è stata definita "intenzionalista".

I Funzionalisti
"Funzionalisti" sono stati invece chiamati gli storici che, riallacciandosi all'interpretazione di Neumann, individuano nei rapporti tra gli apparati di governo della Germania nazista la manifestazione dei spinte e tendenze diverse. Sarebbero cioè i rapporti di forza e i conflitti tra i vari centri di potere del sistema - esercito e Ss, burocrazia statale e di partito ecc, - a determinare di volta in volta le scelte del regime, che solo retrospettivamente appaiono dotate di una rigida consequenzialità. Non per questo la figura di Hitler per i funzionalisti un ruolo marginale; il suo potere personale sarebbe però più il prodotto di una straordinaria popolarità, che l'espressione e il simbolo dell'unitarietà del sistema. Questi studiosi, inoltre, tracciano una distinzione tra i primi anni del regime e la fase che si apre con la preparazione della guerra: mentre inizialmente le scelte di Hitler sarebbero state bilanciate e condizionate dai settori conservatori e autoritari dello stato e dell'esercito, con il 1937-38 i posti chiave dell'amministrazione sarebbero stati tutti occupati dai seguaci del dittatore, determinati a procedere senza remore per il conseguimento dei fini distruttivi.

Un dibattito che riguarda il popolo tedesco
Il conflitto interpretativo non è, tuttavia, una semplice divergenza di opinioni, perché tocca questioni chiave per l'identità nazionale dei tedeschi. Gli intenzionalisti rimproverano per esempio ai funzionalisti di "banalizzare" il nazismo o addirittura di tesserne l'apologia: la loro interpretazione "strutturale" fa riferimento a forze astratte, a "funzioni" del sistema, e rinuncia - questa è l'accusa principale - a un giudizio morale di condanna nei confronti del nazismo. A loro volta, gli intenzionalisti vengono accusati di ridurre la storia del regime all'ideologia demoniaca di Hitler, sottovalutando le corresponsabilità delle vecchie classi dirigenti nell'avvento del regime. Inoltre viene loro rimproverato di eludere il problema delle continuità della storia tedesca : Hitler non nasce per caso e il suo successo può essere spiegato come una parentesi aberrante in un corso della storia tedesca sostanzialmente positivo. Che il conflitto interpretativo ne nasconda uno "politico" viene confermato dal fatto che quando, nel 1986, scoppierà quella che è stata chiamata la "disputa tra gli storici" (Historikerstreit, le accuse e i ruoli verranno rovesciati: Ernst Nolte, lo storico che aprirà la controversia con un articolo dal titolo Il passato che non vuole passare e coloro che si schiereranno con lui, tra i quali molti "intenzionalisti", saranno a loro volta accusati di voler "banalizzare" il nazismo. Il giudizio sul nazismo appare dunque decisivo non solo per una migliore comprensione del passato ma anche per il futuro della Germania: benchè tutti gli storici coinvolti nella discussione siano dichiaratamente antinazisti, essi si dividono tra chi mette al centro dell'identità collettiva la tradizione storica della nazione depurata della vicenda nazista e chi invece della storia tedesca di cui i nazismo sarebbe un risultato non casuale. Criticare la riduzione ideologica del dibattito storiografico non significa comunque rinunciare a pronunciare giudizi morali, particolarmente necessari nei confronti dei crimini del nazismo. Come ha scritto un grande storico inglese, Tim Mason, occorre però " odiare con assoluta precisione" : vale a dire che il giudizio morale, per essere legittimo ed efficace, deve giungere solo al termine di un'analisi storica esauriente e sistematica.

lunedì 7 luglio 2014

Autori ideologici

Arndt (Ernst Moritz), poeta e scrittore politico tedesco. Con gli scritti politici e soprattutto con i Canti di guerra (Lieder für Deutsche) fomentò lo spirito nazionalistico nei suoi compatrioti e contribuì a sollevare la Germania contro Napoleone nel 1813.
Hegel (Georg Wilhelm Friedrich), filosofo tedesco. Il suo sforzo speculativo è diretto a elaborare le categorie interpretative capaci di afferrare la mobilità della vita storica dei popoli, lo spirito del giudaismo e del cristianesimo, il senso dell'esistenza individuale nell'ambito dei grandi movimenti collettivi.
Fichte (Johann Gottlieb), filosofo tedesco, autore de I discorsi alla nazione tedesca (1807-1808), opera di vigorosa oratoria politica, vero manifesto del programma di rinascita della nazione germanica.
Bismarck (Otto, principe von) statista tedesco. Dal 1864 al 1871, Bismarck realizzò l'unità della Germania.
Schonerer (Georg Ritter Von) politico austriaco. Fondò il partito pangermanico austriaco, i cui aspetti dell'ideologia sono un esasperato nazionalismo, un feroce antisemitismo, l'antisocialismo, l'unione dell'Austria con la Germania.
Lueger (Karl) politico tedesco. Fece parte del Partito cristiano sociale e fu proprio lui a togliere il monopolio del potere ai socialdemocratici.
Mein Kampf (La mia lotta), opera di Adolf Hitler dettata da lui stesso in carcere, nella fortezza di Landsberg, a Rudolf Hess nel 1924 e pubblicata nel 1925. Costituì il testo fondamentale dell'ideologia nazista che fu alla base del programma per la costruzione del III Reich e per il suo predominio mondiale. Fulcro delle tesi esposte è il concetto di razza inteso secondo gli schemi del pensiero irrazionalista.
Gobineau (Joseph Arthur, conte di), diplomatico e scrittore francese. Il nome di Gobineau è quasi esclusivamente legato al Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane (1853-1855). Idea conduttrice del saggio è che esiste una gerarchia tra le razze e che la purezza della razza ariana è da cercare solamente tra i “Germani”, a cui si rivolsero pure gli antisemiti tedeschi e i nazionalsocialisti per cercare fondamenti scientifici alle loro teorie.
Chamberlain (Houston Stewart), scrittore tedesco. Nella sua opera principale, I fondamenti del secolo XIX, pubblicata in tedesco nel 1899, sono esposti i princìpi di una filosofia della storia, ispirata alle tesi di Gobineau e di stampo nettamente razzista.
Maurras (Charles), scrittore francese. Monarchico e antidemocratico, diffuse il suo verbo dalle pagine dell'Action française, fondata nel 1908 insieme con Léon Daudet.


Antisemitismo





In Italia, nonostante alcuni provvedimenti antiebraici di papi controriformisti (come ad es. Paolo IV), gli ebrei godettero di una relativa tranquillità, specialmente a Venezia; e C. Cattaneo, con le Interdizioni israelitiche (del 1837), levò la sua voce in favore degli ebrei. Con la Rivoluzione francese e l'Illuminismo, l'antisemitismo subì una critica radicale e agli ebrei furono riconosciuti tutti i diritti civili di ogni altro cittadino. Ma proprio questa rapida liberalizzazione della numerosa popolazione ebraica e la conseguente ascesa sociale di molti ebrei altamente qualificati (sia nelle professioni liberali e artistiche, sia nel mondo economico e finanziario) sollecitarono una nuova ondata di antisemitismo che pervase, in misura diversa, tutta l'Europa del XIX sec., e proprio in questo periodo sorse il termine antisemitismo. Con giustificazioni pseudoscientifiche e ideologiche, sostenute da miti nazionalistici, imperialistici e razzisti (così per es. J. A. Gobineau, H. S. Chamberlain, G. Maurras), si cercava di alimentare una campagna antiebraica. Ma gli episodi di intolleranza antisemita, pur gravi, restarono circoscritti in tutte le nazioni democratiche e liberali, mentre ebbero uno sviluppo terribile con l'ideologia razzista, teorizzata soprattutto da A. Hitler e A. Rosenberg, e sfociarono poi (editto di Norimberga del 1935) nel più spaventoso genocidio della storia dell'umanità, con circa 6 milioni di vittime a opera dei nazisti tedeschi nel periodo 1939-1945. Dopo la seconda guerra mondiale, la costituzione dello Stato di Israele (1948) aprì nuovi e spinosi problemi, che offrirono lo spunto per un rilancio dell'antisemitismo. La tensione, creatasi fin dall'inizio, fra Israele e gli Stati arabi, inasprita nel corso di quattro conflitti (1948, 1956, 1967, 1973) e dalle vicende di una continua guerriglia, ferocemente condotta da entrambe le parti, ha ricreato un antiebraismo di marca islamica. In questo senso, tuttavia, l'antiebraismo si dissocerebbe dall'antisemitismo classico in quanto frutto di un atteggiamento politico, non di un pregiudizio razziale, che coinvolge gli Israeliani e non gli israeliti. Una politica antisemita, che ha suscitato vaste polemiche in Occidente, soprattutto negli anni Settanta, era praticata nell'URSS. Negli anni Novanta una nuova ondata di antisemitismo si è manifestata in tutta Europa e ha provocato una catena di episodi (ad esempio molteplici profanazioni di cimiteri ebraici) che hanno scosso la coscienza del continente. L'ostilità verso gli Ebrei si è ripresentata connessa al più generale fenomeno del razzismo che ha accompagnato l'immigrazione dal Terzo Mondo e dall'Est europeo, e ha portato alla nascita di numerose fazioni naziste, specialmente in Germania e in alcuni paesi dell'Europa orientale.

La Svastica




Segno simbolico, presente presso molti popoli dalla preistoria fino all'età storica, che risulta costituito da una croce i cui bracci terminano ad angolo retto rivolto verso sinistra. La svastica appare largamente diffusa nell'arte dell'età del bronzo e del ferro, sia nelle civiltà dell'Antico Oriente sia in Europa. Secondo l'opinione più diffusa, essa costituirebbe un simbolo del Sole e del suo moto: le appendici dei bracci appaiono volte a sinistra. In India essa ha un valore talismanico e augurale, presente anche nel giainismo e nel buddhismo, che adottò però la svastica volta a destra. Emblema del nazionalsocialismo tedesco fin dalla sua fondazione, la svastica (in ted. Hakenkreuz, spesso tradotto come croce uncinata, mentre sarebbe più propria l'espressione croce gammata) volta a destra entrò a formare la bandiera della Germania nazista nel 1933; essa fu scelta in quanto non comparirebbe mai presso gli Ebrei e i musulmani.

Nazionalsocialismo




Il nazionalsocialismo, movimento politico e sociale tedesco ispirato da A. Hitler, ebbe come suoi capisaldi dottrinali il concetto di popolo (o nazione o Volk) inteso come unità etnico- naturale, il razzismo con il connesso antisemitismo, l'imperialismo (il "Grande Reich"), l'autoritarismo, il culto della forza. Le idee e la storia del movimento nazionalsocialista, pur incarnandosi essenzialmente nelle idee e nella biografia del suo capo, Hitler, furono però anche la risultante di tradizioni, dottrine, aspirazioni storiche dei popoli e dei paesi di lingua germanica. Così l'apologia della guerra e della violenza e il culto della forza si ritrovano già, per certi aspetti, in Arndt , in Hegel e in alcuni teorici dello SM prussiano; la concezione dello Stato autoritario e totalitario aveva dei precedenti in Fichte e in Hegel sul piano teorico e, nella prassi politica, nell'azione di governo di Bismarck . Quanto alla formulazione naturalistica del concetto di nazione, che poneva il suo legame nella comunanza biologica del sangue e della stirpe, essa aveva il suo antecedente più immediato nell'opera di Georg von Schönerer . Per quel che concerne infine l'antisemitismo, vecchia tradizione tedesca rafforzata dalla falsificazione dei Protocolli dei savi di Sion, Hitler derivò da Karl Lueger (borgomastro di Vienna prima del 1914) il suo collegamento con i motivi antiliberali, antisocialisti e antinternazionalisti. La dottrina nazionalsocialista, nella quale confluivano motivi ideologici disparati e a volte anche contrastanti tra di loro, trovò la sua formulazione autentica nel Mein Kampf (La mia lotta, l'opera scritta da Hitler in prigione nel 1924 e pubblicata nel 1925) e poi nello scritto di Alfred Rosenberg Il mito del XX secolo(1930). Essa si atteggiava come una concezione totale della vita e del mondo, incentrata sul concetto di Volk, interpretato, come si è detto, in chiave etnico-razzista e non storico-culturale, e cioè come un portato della razza (unità biologica e comunanza di sangue). La superiorità tra le razze (la cui condizione stava nella purezza) era attribuita a quella ariano-nordica, alla quale sarebbero state dovute le conquiste più grandi della civiltà (il nazionalsocialismo si rifaceva, a questo proposito, alle idee formulate dapprima dal Gobineau e poi da H. S. Chamberlain); di contro impura veniva giudicata la razza ebraica, che cercava di contaminare la purezza dei biondi ariani del Nord e che propagava ideologie nocive come il marxismo, l'internazionalismo, l'individualismo, il liberalismo.
Il "popolo" tedesco purificato da queste contaminazioni e custode geloso della sua unità etnica e razziale (di qui l'esclusione dei non tedeschi dalle pubbliche funzioni, la proibizione dei matrimoni misti, la sterilizzazione dei degenerati e dei malati incurabili e, in un crescendo di aberrazioni irrazionali, le persecuzioni generalizzate contro gli ebrei), si sarebbe quindi dovuto realizzare come Volksgemeinschaft, cioè come comunanza solidale fra gli individui che impersonavano lo spirito del popolo (vale a dire gli ideali nazionalsocialisti). L'uomo dunque, anziché essere concepito come individuo, era visto, in polemica con tutte le impostazioni liberistico-individualistiche del XIX sec. e dei primi decenni del XX, come membro della comunità (Volksgenosse), in un rapporto di coordinazione e di unione con gli altri partecipi della comunione popolare. I membri della comunità così stabilita erano pertanto posti in grado di seguire con disciplina le grandi personalità nelle quali metteva capo lo spirito del popolo, i Führer, i capi di tipo carismatico — come Hitler — che incarnavano in sé il potere del popolo. Questa concezione del potere respingeva esplicitamente ogni implicazione democratica, perché il Führer (Hitler) non esercitava un potere appartenente al popolo e a lui delegato, ma era il popolo a essere guidato dal suo Führer, che proveniva sì dal popolo, ma era staccato da quello (Führerprinzip, principio della guida).


Il Reich tedesco, identificato con il popolo tedesco e fondato sulla comunità popolare, Stato unitario e a partito unico, sarebbe stato abbastanza forte per rovesciare la costruzione edificata dalle potenze vincitrici della prima guerra mondiale a Versailles e si sarebbe annesso tutti i territori di lingua germanica, così da arrivare alla costruzione di una "Grande Germania" che avrebbe avuto in Europa un suo "spazio vitale" (Lebensraum), vale a dire una zona d'influenza economica e politica riservata alla razza tedesca in espansione. Il Reich era definito anche Stato "socialista", ma questo soltanto nel senso solidaristico del termine, in quanto tutti i cittadini erano uguali nella collettività popolare e di fronte al Führer; ma nella pratica Hitler, che pure inizialmente si era valso di formule anticapitalistiche e antimonopolistiche per procurarsi l'appoggio degli strati popolari e dei ceti piccolo-borghesi, una volta al potere ricevette l'appoggio dei magnati dell'industria (le cui simpatie si era già conquistato, soprattutto in Baviera, sin dal periodo successivo alla rivolta spartachista) e seppe interessare i ceti dirigenti tradizionali del settore alla sua economia pianificata, indispensabile per realizzare l'autarchia e per sviluppare la produzione, specialmente quella bellica, in vista del conflitto militare.